Allenandomi

Written by:Aryaqua
Published on April 4th, 2014 @ 01:05:42 , using 831 words, 14156 views
Posted in Uncategorized
L'allenamento serve sempre. Si potrebbe pensare che sia partita un po' in anticipo, ma in realtà son in ritardo di due anni. E le botte arrivano in ogni momento, anche mentre dormi. O poco prima di andare a dormire. Fatto sta che col primo sole, anche se non seguito da temperature troppo primaverili, ho riesumato un paio di sandali. La parvenza. Li uso di fatto solo per percorrere quei 100 metri che mi separano dalla stradina di campagna, li metto per evitare i troppi vetri e l'immondizia sparsa, metto quelli perché sono leggeri da portare. In mano. La cosa bella dei piedi, per lo meno dei miei, è che ci mettono poco a recuperare, a re-imparare. Re-imparare a vivere. Un po' di spine, qualche spuntone, fango gelido, erba tenera, asfalto a grana grossa, o più fine. Macchie che non vengono via se non grattando grattando grattando. Ma perché grattare? Mi piacciono. Come il fango secco che spesso mi arriva alle caviglie. Così come in 5 giorni mi son resa conto che 300 addominali sono troppo pochi. Ieri ho corso. Nel campo. Scalza. Qualche taglietto, nulla di più. Allenamento costante. Sto migliorando.

Sono loro che mi cercano, mi chiamano. Non io che vado a disturbarli. Vengono da me.

E' divertente quando ne parlo a qualcuno, a sentirmi sembra che io passi la vita tra boschi e campi, in realtà faccio poche centinaia di metri e non riesco mai ad arrivare abbastanza lontana da non sentire il brusio della statale. Certo è che però dopo un po' non la sento più. Oggi ho fatto yoga immersa in un concerto di rane e rospi smeraldini. Due giorni fa attraversando la statale in un punto inusuale mi sono trovata esattamente sopra una nidiata di pulcini di germano reale (12). Ieri al posto dei pulcini c'era una nutria enorme, neanche troppo spaventata da me (e poco più in là sono comparsi i piccolini con la mamma). Al cimitero ci sono merli, gazze, corvi e ghiandaie che mi guardano. Io guardo loro. Ieri da sotto un cespuglio un ramarro mi guardava. Una grossa lucertola mi ha seguita (??) in un parcheggio. Io continuo a piantare semi e germogli, in campagna, lungo i bordi del parcheggio del cimitero. Spargo semi di pomodoro, peperone e melone, pianto garofani, crisantemi e tulipani. E' ancora freddo ma non riesco più a tenere le scarpe. La stanchezza che mi ha sempre attanagliato negli ultimi anni, lasciandomi nella costante sensazione di non averne voglia (di allenarmi, di lavorare, di fare le pulizie, di portare fuori il cane, di vivere) si sta trasformando. Sono ancora stanca, perché dormo poco e male, perché a volte mi lascio andare a mangiare schifezze. Faccio pochi metri via dal cancello con Dharma. Lei pascola un po', poi accelera il passo. Io accelero con lei, e cominciamo a correre. Ci fermiamo più avanti, la guardo esplorare il mondo. E comincio a fremere, a saltellare, quando non a saltare sui cippi di cemento, su e giù dai marciapiedi. Corro saltello salto e canticchio. E quando sono in campagna faccio yoga. Ieri notte guardavo un sito di annunci di lavoro. Ne ho trovato uno interessante. Il negozio di animali. La cosa strana è che stavolta è diverso, dice che cercano un commesso, non un responsabile di negozio. Potrei raccontarmi la storia che magari si tratta di una posizione diversa, nel senso che cercano un'altra persona, che io sono ancora in ballo. Perché infondo è aprile da pochi giorni, magari adesso mi chiamano, visto che mi devono chiamare in ogni caso. Sì. Magari mi chiamano. Sempre ieri sera il mio amico ex collega letturista mi ha detto che tra una decina di giorni i capi decideranno se prendere un'altra persona o andare avanti a spremere loro fino alla morte. Indovinate per quale ipotesi propendo... Ho mandato una decina di curricula negli ultimi 3 giorni. A parte qualche data in aprile per "frutta nelle scuole" per ora non mi si prospetta nulla. Eppure non sono disperata come dovrei. Ci tenevo a quel lavoro in negozio, ci tenevo perché so che sarebbe stato il raggiungimento di qualcosa di meravigliosamente vicino a quel che immagino come perfezione, lavorativamente parlando, per me. Mi dicevo che se fosse andata male non avrei avuto più motivo di trattenermi qui. E forse è questa la verità. Mi sento libera. Libera, scalza e libera. E loro vengono da me, mi chiamano. Mi dicono di risvegliarmi. Mi dicono che è ora di essere me. Lo sento nei fossi, lo sento dal fango, lo vedo nei germogli morbidi. Ho voglia di abbracciare il mio cane, di rotolarmi nella terra morbida e tiepida del sottobosco, di tuffarmi da una scogliera in un mare estivo, di affondare i denti in un mango maturo e sbrodolandomi di succo dolce e appiccicoso, ho voglia di fare un bambino, di immergermi nell'acqua gelida di un torrente di montagna, di dormire in una grotta, di camminare scalza nella neve e pungermi con le spine, di correre fino a starne male, ho voglia di sole.

Un sogno

Written by:Aryaqua
Published on April 2nd, 2014 @ 01:13:46 , using 717 words, 3697 views
Posted in Uncategorized
Quantomeno devo pensare ad un piano d'attacco. Se davvero non trovo nessun lavoro? Cosa c'è di importante, se c'è qualcosa che ancora mi importa? Devo pensare a dove andare, con chi, chi portarmi dietro e chi lasciare a perdersi.

Ho fatto un sogno stanotte. Meglio, stamattina. Alle 7 Franco mi ha svegliata per sbaglio e ci ho messo un po' a riaddormentarmi (perché io dormo fino ad ore assurde), ma ho avuto il tempo di pensare e di rendermi conto che era il 1 aprile, insindacabilmente primavera. Lo vedevo dalla luce, lo sentivo dagli odori nell'aria, pur stando in una camera chiusa. Ho fatto un sogno di primavera che era una miscellanea di notizie che ho letto, servizi che ho visto, pensieri, timori, speranze e consapevolezze che sto recuperando.

Ho sognato di essere in un posto grande, tipo un palazzo, o un convento, che era la sede di una setta (Testimoni di geova? probabile, ho visto i servizi alle Iene...) ma in un certo senso erano anche quelli che mi avevano infinocchiata con la green economy e volevano tirarmi dentro facendomi fare seminari a pagamento per insegnarmi ad infinocchiare altri ignari polli. O forse ero nella Casa del Sole (vedi Stephen King e Peter Straub ne "Il Talismano"). Ma poco importa, ero in un posto così con gente malata che teneva sotto pressione psicologica altra gente. Io ero arrivata da poco ed avevo capito subito il meccanismo, quindi ho deciso di uscirne. Un tizio della setta si è accorto che stavo cercando di andarmene, quindi ha iniziato a porsi di fronte a me con fare strafottente, buttando i miei vestiti in acqua (acqua? ma poi, ero nuda? no mi pare che fossi in pigiama), io ad un certo punto mi sono incazzata ed ho preso a tirargli cazzotti in faccia, poi calci circolari sempre in faccia, e come sempre accade nei sogni in cui picchio qualcuno per difendermi, il tizio non ne veniva quasi per nulla scalfito. No, aspetta... invece sì! Dopo un po' questo ha cominciato a vacillare e così ho raggruppato quattro ragazzi che come me volevano andarsene, e così abbiamo fatto, ce ne siamo andati. La cosa che mi è rimasta più impressa di questo sogno così particolareggiato è che ha avuto un finale. C'eravamo io e questi quattro ragazzi che camminavamo in direzione del tramonto, parlavamo, ridevamo ed eravamo felici. Vedevo la scena con noi di spalle. Poi i quattro ragazzi sono svaniti e sono rimasta io, al centro della strada di campagna al tramonto, che camminavo leggera, felice e scalza, e sono quasi sicura che ci fosse un cane al mio fianco, e una voce fuori campo che diceva che i ragazzi si erano fermati da qualche parte, ma lei no, lei va avanti. Sogno autocelebrativo?

Mi sono svegliata nella primavera. La facilità con cui ho deciso di prendere ed andarmene è lampante. Perché lo so, eh! Lo so già, anche se magari a voi non sembra. E allora perché restare? Me lo chiedo spesso. Mi succede a volte di sentirmi "bene". Di sentire che qualcosa potrebbe anche andare bene restando qui. Non qui in questa casa, ma qui con questa persona. Dirò la verità, son più i momenti no che i momenti sì, e forse solo questo dovrebbe darmi un'idea della strada da prendere. E da qui il piano d'attacco, o il piano di fuga. A settembre finisco di pagare le rate della macchina. Continuo a cercare lavoro pur aspettando le famigerate chiamate in cui non spero ma spero ancora. Il mondo è sempre lì, davanti a me, checché ne dica la gente. Per ora posso aspettare, cercare (lavoro), pensare alla strada da intraprendere. Ho deciso di non credere più a chi mi dice che la vita è questa qua. Che la normalità è la cosa giusta. Che io sono quella sbagliata. Per ora devo aspettare, ed allenarmi. Cercare di mangiare meglio, orientarmi meglio che posso verso il crudismo, impegnarmi di più nel qwan ki do, nell'mma, e cercare di andare a yoga anche se mi costa uno sproposito, e poi allenare i piedi, che di fatto sono fuori forma ma non messi male come credevo, e in poco più di una manciata di giorni hanno ripreso a comunicare col resto del corpo. Potrei iniziare a pensare che ce la posso ancora fare.

Un filo di serenità

Written by:Aryaqua
Published on March 26th, 2014 @ 10:14:53 , using 723 words, 6204 views
Posted in Uncategorized
Ci sono giorni in cui faccio davvero fatica a vedere il sole, anche se c'è. Altri in cui invece lo vedo, anche se piove. Oggi sembra tutto grigio, anche se provo a guardare oltre le nuvole. Mi pongo un'unica, semplice domanda in questi giorni. Perché non posso avere un lavoro per guadagnarmi da vivere ed esserne felice? Non parlo di felicità a tuttotondo, basterebbe quella sensazione di indipendenza economica, di "faccio ciò che voglio" o almeno ciò che posso, grazie a me stessa, non peso sugli altri, non dipendo dagli altri, non devo elemosinare, posso ricominciare a credere in un futuro. Uno a caso, uno qualsiasi, purché ci sia. Al di là di meritarsi un lavoro appagante o meno, in sintonia col proprio essere o meno, remunerativo o meno... Io alla fine non ne trovo mai, o quantomeno non me lo tengo abbastanza stretto. Forse che sia destinata ad altro? Ma a cosa? Cerco di non disperare ma è difficile stare a galla, e più i giorni passano più si ammalano le speranze di ricevere notizie dal famigerato negozio. Poco fa il mio ex collega letturista mi ha detto che lui e l'altro ragazzo "anziano" del gruppo hanno richiesto a gran voce il mio rientro immediato, proprio oggi, perché urge iniziare un comune per loro troppo distante e sono già indietro con le letture. Sì cioè, io rientrerei per fare il lavoro più fastidioso nei posti più lontani. Magari per un mese o due. Perché quel che sospettavo mi è stato confermato: la mia presenza non è necessaria se non in caso di sfighe della ditta, malattie prolungate o condizioni meteo avverse che facciano perdere giorni di lavoro. Ovviamente quest'inverno non ha praticamente mai nevicato, quindi non si sono persi giorni lavorativi. Non so se il conteggio includeva le ferie. Mah, io in ogni caso ho deciso di non aspettarmi quella telefonata, perché lo so che poi faranno di tutto per non chiamarmi o per farlo il più tardi possibile, pur di non scucire un euro di troppo. E più che altro ho deciso che fare la letturista non sarà il mio lavoro futuro, qualsiasi futuro esisterà per me.

La novità, se così si può definire, è iniziata venerdì. Sarà da un anno che ci penso, ma non mi ero mai decisa a fare la prova, così quando ho visto in palestra il cartellone della lezione di prova gratuita mi ci sono prenotata. E menomale, c'ero solo io a provare. Dunque ho partecipato ad una (mezza) lezione di Ashtanga Yoga, ovvero una versione di yoga dinamico e "faticoso" (virgoletto perché per me la fatica è ben altro). A parte il maestro c'era una ragazza che pratica già con lui ed è venuta a far presenza e a metà seduta si è aggiunto un tizio. La cosa mi è piaciuta e ho promesso che avrei fatto il possibile per andare in sede a provare anche lunedì in pausa pranzo. Infatti lunedì ci sono andata ed ho fatto l'ora piena. Adesso, non mi aspettavo chissà che roba, quindi escludo l'autosuggestione, ma di fatto sono uscita di lì svolazzando. Prova inconfutabile che mi ha smosso qualcosa di potente a livello energetico è il fatto che due ore dopo mi è partito il ciclo, con circa 2 giorni d'anticipo. E durante la passeggiata pomeridiana mi sono sorpresa a guardare verso i campi di grano e avevo l'impressione di aver acquistato mezza diottria, vedevo tutto molto più nitido. Insomma, resta solo da capire quanto sia il costo (l'ho chiesto ma non me l'hanno detto!!) ma penso che sarei comunque disposta a pagare la qualsivoglia pur di avere questi effetti ogni giorno. Chissà, magari poi scopro che in realtà non sono stati i movimenti ma l'incenso. O la musica. O sentire qualcuno che alle 2 del pomeriggio ti sorride e ti augura una bella giornata.

In ogni caso qualcosa si è smosso, o lo sto facendo smuovere. Non sono felice ma un filino in più di serenità mi sta avvolgendo. Forse preferisco pagare un corso di yoga che un analista. Forse è stato lo yoga, o forse no. Forse sento che sta per succedere qualcosa, e quel briciolo di ottimismo venefico torna a grattare qui, dietro la testa, facendomi sperare in qualcosa. Fiori di primavera, squarci di blu, il verde più vivido dei campi dopo la pioggia e dopo lo yoga.

Fallimento

Written by:Aryaqua
Published on March 20th, 2014 @ 22:01:25 , using 1964 words, 9385 views
Posted in Uncategorized
Clark Kent. Con gli occhiali, il capello preciso e tutto il resto. Un lavoro dignitoso, una vita normale, quasi piatta. Il travestimento. Prendo spunto dal discorso di Bill nel volume 2 di Kill Bill, appunto. Arianna Lorenzi, disoccupata depressa ingabbiata in una vita piatta, in una realtà provincialotta e ottusa, ragazza, ops, donna che si dice intelligente ma a stare a guardare non poi così acuta. Anzi, quasi tonta. A stare a sentire chi mi sta più vicino si potrebbe dire allora che sono praticamente scema, incapace. Sicuramente egoista e menefreghista. A guardarmi da distanza ravvicinata non so che effetto faccio alla gente di qui. Sono sempre vestita di stracci, a parte rare volte, giusto in occasione dell'aperitivo o della pizza post allenamento. Le scarpe non hanno quasi più suola, e da qualche giorno sono comparse prese d'aria ai lati. Ho un paio di maglioni di lana infeltriti che ora sono anche pieni di fili d'erba e peli di cane, viste le mie evasioni quotidiane. Metto i jeans grigi o i pantaloni della tuta. Praticamente vado in giro con la tenuta antistupro. Oggi sono arrivata al laghetto un po' prima del solito. Caldo. Faceva troppo caldo oggi. Buttar via le scarpe sul solito dosso erboso è stato un gesto liberatorio. E già che c'ero ho buttato via anche un paio di strati di maglie, per stare in canottiera. A pochi metri dal laghetto stagnante corrono i fossi che cingono tutti i campi. Oggi l'acqua mi è sembrata irresistibile. E il fango sul fondo è stato anche meglio dell'acqua fredda dove ho sguazzato.

Quando mi prendo cura delle piantine al cimitero mi capitano spesso questi poveri cadaverini leggerissimi, con le foglie molli e i fiori cadenti. Io li prendo e li puccio direttamente in un secchio e dopo un po': Miracolo! La piantina si ripiglia, rinasce, rifiorisce. Forse per questo oggi, dopo essermi pucciata nel fosso, ne sono uscita ricordandomi di dover tener fede al mio intento di qualche giorno fa, praticare almeno 300 addominali al giorno. Fatto! E stasera al giro serale canino ho passato il tempo saltellando sui cippi di cemento e correndo a scatti. E sboccando parte della cena nei fossi, of course. Oggi ho fatto addominali, ma ieri ho dormito. Mi addormento spesso raggomitolata nell'erba. E' bello dormire nell'erba. Ma il guscio è duro da rompere. Da qui dentro è tutto buio... caldo, freddo, a seconda del tempo di fuori.

Non so se è il guscio ad essere duro e secco o se sono io. Se io in realtà altri non sono se non il guscio stesso.

Stamattina ho aperto gli occhi alle 6 (chiusi 5 ore prima) ed ero dentro una scena di CSI. Poteva andare peggio, potevo svegliarmi in un libro di Stephen King. Lì dove ultimamente mi trovo bene, meglio che fuori dalle pagine.

Ma perché il mondo è diventato un luogo così orribile? Perché lo vedo così? Non capisco. Non rido più. Mi fa schifo tutto. In effetti ho passato due anni a dire "sono stanca", adesso, da troppo tempo (altri 2 anni??) dico "mi fa schifo" di quasi tutto. Ciò che non mi fa schifo lo tollero a malapena.

Ho un amico. Non esageriamo, un compagno di palestra, tipo in gamba, ottimo atleta sia tecnicamente che nel combattimento. Ha finito il liceo e si è iscritto ad economia. Poi però sua nonna, che è titolare di un'agenzia immobiliare, ha spinto un po' affinché lui ne prendesse in mano le redini, così ha fatto i vari esami ed ha iniziato a lavorare in agenzia. Mollando l'università. Poi, visto che comunque il mercato immobiliare è fermo, e vista anche una storia d'amore finita malamente secondo me, ha iniziato a pensare all'Australia, visto studio-lavoro per un anno, un anno e mezzo, agenzia, solo seimila euro, insomma che ha versato una certa caparra e... dopo un colloquio l'hanno assunto a lavorare qui vicino, lavoro d'ufficio con prospettive di crescita e accesso a ruoli dirigenziali. E che si fotta la caparra, se gli va bene tra un paio d'anni potrà andare in Australia un po' quando gli parrà, in ferie (non a spillare birre o badare alle pecore). Perché scrivo questo, di lui? Perché mi sto chiedendo, da un paio di giorni, che cazzo ne è stato della mia vita. Non tanto "perché lui sì e io no", ma proprio il "ma io a 20 anni che cazzo stavo facendo??". Sembra che sia troppo tardi per tutto. Nessuno mi vuole più perché ho superato i 30, e dopo i 30 non vai più bene per fare niente.

Ho avuto alcune interazioni con vecchi amici, vecchi nel senso che vengono da una vita precedente. Via internet ovviamente, l'unico mezzo che mi resta, il peggiore, sarebbe da concludere dicendo "ma meglio di niente", solo che non ne sono per niente convinta. Uno, domenica mattina in chat, mi ha cazziata perché dice che è colpa mia se il mio maestro non mi ha iscritta alla gara. Non tanto per l'episodio in sé, ma per il fatto che da sempre io tendo a mettermi da parte, nascondermi, denigrarmi, o quantomeno ad accettare in silenzio le ingiustizie perpetrate nei miei confronti. E quindi me lo merito. Io che invece dovrei brillare di luce propria, che sono infinitamente forte, che valgo, ma non mi valorizzo mai. Voleva in qualche modo spronarmi.

Un altro mi ha scritto una mail dove mi ha detto che sono diventata un'ombra di quel che ero, che prima ero una supereroina, che adesso non si sa bene in che cosa diavolo mi sia involuta, ma che (gli) faccio pena e tristezza. E mi prega di rialzarmi.

La terza "scusa se sono dura ma-" ha ribadito che è colpa mia, che sono io che mi sforzo di vedere solo i lati negativi di ogni cosa e che niente, nessuna situazione, per quanto pesante, può giustificare il mio comportamento. Perché una volta non ero così. Una volta ero...

Ero sotto i 30 anni forse, o appena appena sopra. Avevo voglia di vivere una vita che per quanto dura poteva comunque riservare qualcosa, negli angoli, a volte. Non avevo responsabilità, potevo essere incosciente quanto mi pareva, preoccuparmi solo del cane e di me stessa, stare scalza e sopravvivere a stento facendo la dogsitter per 18 euro (lordi) al giorno. Bè, buongiorno. Adesso questi 33 anni pesano come macigni sulla schiena. Ho la cervicale che mi fa vedere le stelle da mesi. Odio tutti, sono infastidita da tutti. Non credo in niente, perché l'ultima cosa in cui un po' avevo creduto era una telefonata. Sì sì, lo so, potrebbe ancora arrivare, del resto sono stati chiari no? Arianna è la prima delle seconde scelte, e si sa che con le letture dei contatori si fa presto a restare indietro e ad avere bisogno di una degna lavoratrice. Ah aspetta, ma è il 20 di marzo, la riunione si è tenuta sabato scorso e guarda un po', nessuno mi ha detto nulla. Nemmeno il mio collega che mi passa sempre info sottobanco... che sia perché le notizie non sono buone per me? Ma dai, che strano. Magari avranno bisogno, sicuramente l'avranno, ma a fine aprile. O magari a giugno. O anche mai, del resto le parole non valgono nulla.

Ora sono passata direttamente alle crisi di nervi. Attacchi di isteria. I motivi? Per decenza non li scrivo. L'ho già detto comunque: mi fa schifo tutto e basta un nonnulla per farmi saltare in aria. Oggi ero talmente fuori di me che Franco mi ha detto forse l'unica cosa sensata degli ultimi 2 anni: Torna a Rovereto. Per qualche giorno. Lo dice molto spesso, ma omette la seconda parte della frase. Sì, sto con uno che a giorni alterni mi indica la porta. Perché non l'ho ancora presa (la porta)? Boh, perché mi dispiace forse, per lui. Io mi comporto male, malissimo, sono insopportabile e negativa, sono un peso per chiunque. Ma non solo oggi, da sempre dalle sue parole ho colto quel senso ultimo che dice che l'amore è solo una cazzata tra adolescenti. Che lui ha bisogno di qualcuno vicino, e, per carità, io sono la migliore in assoluto, poco esigente, spensierata, avventuriera ecc. Quando sono in vena, un giorno o due ogni 3 mesi. Comunque perfetta. Poi gli dico che vendono una casa vicino ad Ovada a 16mila euro. Ovada è a 40km da qui. Bè ma no, se tu ti trasferisci lì tra noi finirebbe, io sai che ho il lavoro qui, e tutta quella strada per vederci non mi va di farla. Tanto per dirne una a caso. Ma allora perché? Perché sono ancora qui? Per quella briciola di speranza di lavorare nel negozio di animali, forse, o anche da letturista. Sono qui per una telefonata (o due) che mi cambi la vita, sono qui aspettando un sì o un no, perché ormai sono sicura che non avrò un'altra possibilità. Letturista è un lavoro duro ma che mi piace e mi dà la possibilità di avere tempo libero per un eventuale altro lavoro. Se dovessi lavorare in quel negozio invece vorrebbe dire che tutto quel che ho fatto fino ad oggi non è stato tempo buttato. Perché davvero, l'unica sensazione che pervade ogni cellula del mio corpo ed ogni anfratto della mia anima adesso è il fallimento, totale, catastrofico, irrimediabile.

Continuo a darmi scadenze: se non avrò un lavoro entro febbraio, se non ricevo conferma o smentita entro marzo, se non salta fuori qualcosa prima di aprile... E son sempre qui. In un buco per terra da cui non esco mai. Quel che si vede di me è solo un involucro (me lo dice ogni volta che tenta di abbracciarmi). Ma sai cos'è, meglio così, meglio essere involucro vuoto. Perché quando riaffiora la consapevolezza della miseria in cui mi trovo sono presa dalla frenesia di aprirmi il cranio sbattendo contro il pilastro portante fino ad ammazzarmi. Un macello di sangue e cervella. Sì peccato che l'osso parietale sia uno dei più resistenti del corpo... ci metterei un'eternità a suicidarmi così. Nah, che cazzata. Oggi sono andata a vedere una casa. Casa... parolone, è un fienile. In una frazione a 25km da qui, che fa 6 abitanti la settimana di ferragosto e 2 il resto dell'anno. 15mila euro però, che se uno avesse via qualcosa ne verrebbe fuori un gioiellino di rustico con vista vallata. Ma per cosa poi? Davvero voglio prendere casa qui? Qui o là o da qualunque altra parte. E lo scopo è sempre lo stesso, ci pensavo ieri notte prima di collassare (perché da secoli io non mi addormento più, sto con gli occhi sbarrati nel buio per un tempo indefinito finché non perdo conoscenza all'improvviso). Pensavo che da più di due anni non dormo con un cane. Dharma non ha mai dormito con me. E Aedan... l'ho visto mi sembra a novembre, mezz'ora, l'ultima volta. Sembra che non ci pensi più. Come uno che subisce l'amputazione di un arto non pensa più alla sua mano o piede perso per sempre. In realtà tutto, tutto ciò che faccio, tutto ciò che penso, tutto ciò che spero, è di avere un giorno una finestra da cui entra il sole ed un letto grande in una stanza luminosa e disordinata dove ci possiamo svegliare insieme, io, Aedan e Dharma. Mi sto ammalando, o sono già malata. Oggi va così, non c'è cura, ci sono solo parole che leggo su un monitor, scritte da qualcuno di cui a malapena ricordo la voce, il volto. Gente che mi dice che ero meglio prima, che sono inaridita, indurita, debole. Hanno ragione, ma dove sarebbe mai stata questa potenza della natura di cui tutti si ricordano ma nessuno sa che fine abbia fatto? Mah. Intanto l'esoscheletro se ne va in giro con le mie sembianze. Tutto ciò che conteneva sta sprofondando. E...no, non ricordo di essermi mai spinta più in basso di così.

Disturbi

Written by:Aryaqua
Published on March 18th, 2014 @ 00:34:35 , using 840 words, 7684 views
Posted in Uncategorized
[domenica] Mi sono allenata per una settimana. Che non è sufficiente, lo so, ma ci volevo provare. In ogni caso era per "divertirmi". Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e sabato allenamenti, e stamattina ero pronta per andare a Vigevano per i combattimenti nazionali. Il maestro non mi ha iscritta alle gare. Sì che io sono spesso titubante e mi è capitato di non presentarmi ad altre gare, tipo l'ultima gara tecnica regionale, perché ho trovato lavoro il giorno prima, ma stavolta ero convinta e avevo già dato conferma lunedì. Ma non è la prima volta che succedono queste cose, disguidi, incomprensioni. Facciamo che non farò più nulla allora. Il Qwan Ki Do era un po' l'ultima cosa che ancora mi importava, nonostante le contraddizioni. Ora è anch'esso una contraddizione. Nei miei sogni ci sono io scalza in un prato che ripeto all'infinito i movimenti della gru, che perfeziono Loi Chan Qwien Fo, il vento che sposta le nuvole. Nei miei sogni sono sempre sola, sola e felice.

Ma quali sono i miei sogni? Intendo quelli senza particolari tratti da libri di Stephen King. Ho 33 anni, che non sono troppi, ma neanche pochi. I miei coetanei stanno facendo qualcosa, magari non tutti, ma molti di loro. Io invece mi alzo quando il mio corpo decide che è ora di alzarsi, ho come unico pensiero quello di portare fuori il cane e non fare eccessivamente tardi per non fare incazzare l'uomo, rifare il letto, passare l'aspirapolvere quando il pavimento sembra sporco persino a me. A parte sprizzare veleno, tanto veleno, ogniqualvolta il fastidio che mi provoca la gente diventa un po' troppo insopportabile, non penso più a nulla. Potrei dire che sto aspettando, una chiamata per sapere se lavorerò o meno in quel negozio di animali, così come una telefonata che potrebbe dirmi se tornerò nei tombini. Dovrebbero arrivare entrambe, potrebbe non arrivarne nessuna. Sono addormentata perché non ho pensieri. Il tetto c'è. Da mangiare pure. Che mi stia avvelenando ogni giorno di più non mi importa, o meglio, mi importa, ma non ho ben chiaro come fare per ovviare al problema. Per la legge dell'attrazione si deve pensare alla cosa che si desidera, visualizzarla, crederci intensamente e sforzarsi di sentirsi come se quella cosa fosse già reale. Devo dire... funziona, per me ha funzionato diverse volte, per lo meno per i desideri modesti (trovare i soldi dell'affitto, trovare un piccolo lavoro...). Tanto vale provarci, non solo non costa nulla, ma pone in uno status mentale molto positivo e propositivo. Quindi ho iniziato a pensare. A cosa voglio.

Non ottengo nulla e resto sempre ferma nella stessa posizione perché non so cosa voglio, non l'ho mai saputo. E la tragedia è che non so come fare a saperlo. Voglio fare l'antropologa? O finire sociologia? O finire sociologia per fare antropologia? O iscrivermi a biologia? O lavorare nel negozio di animali e diventare un giorno dirigente? Voglio una casetta in montagna dove stare da sola coi miei cani? Voglio una casa prefabbricata tipo chalet con un ettaro di terreno per tirar su una pensione per cani? Voglio vincere a "turista per sempre"? Voglio un bambino? O meglio una bambina? O meglio due gemelli assortiti? Voglio andare in Australia? Voglio tornare in Irlanda?

Non lo so. Davvero, non lo so. Le cose che so sono davvero poche. So per esempio che non sono felice così come sono. So che abito in questa città da circa 2 anni, e non solo in questo periodo piuttosto lungo non ho trovato nulla che si avvicini anche solo lontanamente all'idea di "amico" (in compenso ho perso definitivamente quello che io credevo fossero amicizie nella mia lontanissima vita precedente), ma anzi ho collezionato una serie preoccupante di conoscenze a cui auguro quotidianamente un cancro. E credo che vivere ogni giorno con questi pensieri possa portare me ad ammalarmene, nonostante la mia attentissima dieta. Anzi. A proposito. Non lo dico mai, non lo scrivo mai perché sembra un paradosso. Durante il giorno sono piuttosto scrupolosa per quanto riguarda l'alimentazione: vegan tendenzialmente crudista, attenta alla combinazioni alimentari, compro frutta e verdure fresche, se riesco bio, cucino solo a vapore e per tempi brevissimi ecc ecc. Poi la sera ceno normalmente. Poi mangio mezza stecca di cioccolata fondente. Col pane. O un sacchetto di patatine. O pane e marmellata, a mezzi chili. Birra. Stuzzichini da aperitivo. Poi magari concludo con della frutta. Poi esco con Dharma. E vomito tutto lungo i fossi. Tutte le sere. Da mesi. Non ci ho fatto caso in effetti, non mi preoccupo troppo, mi dico che mi ingolfo di cibo spazzatura e il mio corpo lo espelle poco dopo. Poi però mi è venuto da pensare che potrebbe essere una forma di bulimia, ma di bulimia non so nulla. Anche se di bulimia non si trattasse devo però comunque prendere atto che si tratta quantomeno di un disturbo alimentare. Dovrei andare da uno psicologo. Forse. Per dirgli cosa? Che non sono felice? Ahah, bella scoperta. La questione è semplice quanto irrisolvibile: non ho idea di cosa voglio dalla vita!

Disfacimento

Written by:Aryaqua
Published on March 15th, 2014 @ 01:06:03 , using 885 words, 6875 views
Posted in Uncategorized
Dopo alcuni mesi di studi in tal direzione e diverse letture effettuate, alcune in corso, sono giunta ad una conclusione tanto aberrante quanto reale. Stephen King non è il maestro del brivido. Stephen King è un sociologo. Vivo in un romanzo e sto aspettando di vedere il prossimo orrore, il successivo cadavere fatto a pezzi e appeso con ganci arrugginiti al soffitto di un pollaio abbandonato, oppure attendo di essere io quei brani di carne mutilati e macellati, per non essere costretta a vedere ancora l'orrore che mi circonda. Sto leggendo "La Casa Del Buio", non preoccupatevi, prendo solo spunto da lì, ma non cambia molto. La zona di frontiera, il confine surreale tra due mondi, un luogo dall'esistenza effimera i cui abitanti sono solo ombre, e non lo sanno. Il disfacimento è tangibile in ogni meandro di quello che si dovrebbe considerare reale. Il concetto di King è applicabile ovunque, perché ovunque è confine, ovunque è disfacimento, ovunque ci sono cadaveri orrendamente mutilati appesi in pollai dismessi, ovunque c'è odore di marciume. La terra è gonfia di sangue marcio e di veleno.

Affondo i piedi nell'erba e nella terra fredda e l'unico pensiero che ho è: scappare. Potrebbero bastare pochi chilometri via dal confine, cinque o dieci, sì, può andare. Ma devo andare, presto, prima possibile. E' la mia malattia mentale che procede più veloce del mio orizzonte conscio, sento solo che ogni giorno peggioro, ogni giorno mi sento le pareti che mi crollano addosso, mi sento morire schiacciata da questo posto orrendo, avvelenata, sola.

Per ora scappo in campagna, un'ora, due ore al giorno, quel che posso, ma le giornate si allungano e i vestiti si accumulano sulla sedia della camera, la pelle si scopre e il lago, il lago è venuto da me.

Non c'era nulla se non una depressione nel terreno, un campo quasi un metro e mezzo al di sotto degli altri campi, rettangolare, incolto da ché ci abito vicino. Un giorno ho avuto l'intuizione che potesse esserci un motivo per quel luogo strano, e per le chiocciole vuote disposte in linee parallele sui bordi superiori del campo. Poi ha piovuto. Giorni, settimane, non finiva mai, ma ho avuto la conferma dei miei pensieri, quel campo è un bacino. Secco per lo più, ma non sempre. E così, in poco più di due settimane di tempo di merda, ho avuto un lago personale a 200 metri dalla porta di casa. Ci vado ogni giorno, al pomeriggio, con Dharma. Attraversiamo i campi di erba medica ancora rinsecchita, cespugli, rovi, e ci sediamo in riva allo strano lago improvvisato. Tolgo le scarpe, rimbocco maniche e pantaloni, butto lontano da me vestiti cellulare guinzaglio, ci sdraiamo e guardiamo in su, il cielo, i rami ancora spogli. Due foglie morte sopravvissute all'inverno sui rami, il loro amabile chiacchiericcio nel vento. Un fazzoletto impigliato ai rami più alti, come ci sarà arrivato? Penso prima di accorgermi che in realtà è un frammento di luna. Coppie di germani che sfrattiamo quotidianamente, spero stiano nidificando, e spero di non infastidirli troppo. Da ieri poi la sorpresa che aspettavo, dopo aver coccolato un po' Dharma mi sono avvicinata alle sponde del laghetto dove ho messo in fuga una rana. Oggi ho passato un'ora ad ascoltarla, perché oggi cantava. Forse erano due, chissà. Spero che piova ancora per riempire il bacino, l'acqua sta scendendo, ma vorrei che le rane potessero deporre lì le uova. Arianna è un animale ce conosce gli animali, lo sento, li sento, lo so, li conosco. Una famigliola di topi campagnoli, o così credo, a giudicare dagli allegri squittii che provenivano dal cespuglio, e dall'improvviso silenzio ad un mio minimo movimento. Seguo tracce, cinghiali, caprioli. Ascolto gli uccelli. Sono felici. Oggi ho raggiunto il lago da un campo incolto, al lato opposto rispetto a dove vado di solito, sono poche decine di metri, ma la prospettiva cambia radicalmente. Di solito ci sediamo sul lato est, guardando ad ovest, la statale, i capannoni, il cemento. Oggi siamo arrivate da ovest, andando ad est. Abbiamo percorso parte del perimetro, avvicinandoci al nostro posto, ed ho visto un guizzo nell'acqua. Ho seguito l'increspatura che non accennava ad esaurirsi. Cane curioso. Lupo curioso. Lupo. Dal vecchio tronco cavo per metà sommerso, lì nella cavità, due occhi lucidi e furbi mi guardavano. Lupo sente qualcosa di molto vicino alla felicità in questi momenti. Animali nocivi... AHAHAHAH vaffanculo. Starei lì ogni giorno per ore se potessi fare amicizia con lei. Ma la guarderò da lontano. Forse non è sola, come la rana. Sarebbe bello avere il lago ancora per qualche mese, e guardare i girini crescere, e scovare da lontano i tuffi di cuccioli di nutria, che giocano, felici, nonostante lo sfondo della statale, nonostante il rumore, nonostante lo smog. Nonostante gli esseri umani. Li odio odio odio odio.

Non è niente. Lupo si sdraia con cane e a volte si addormentano lì, nel prato. Guardando a testa in giù i rami, la luna, il blu, gli uccelli. Qui sono al sicuro, un'ora al giorno, sono nel mio, nessuno mi tocca, nessuno mi fa del male.

Avrei altro da dire ma stasera sono troppo esausta, affranta, incazzata. Anzi, per essere precisi sono fuori di me dalla rabbia. Quindi mi reco a letto, potrebbe volerci un bel po' prima che riesca ad addormentarmi.

Una pioggia leggera

Written by:Aryaqua
Published on March 1st, 2014 @ 01:24:21 , using 1589 words, 16450 views
Posted in Uncategorized
E' incredibile e frustrante guardare me stessa mentre spreco sterilmente tempo in internet mentre potrei essere là fuori a difendere il delta dell'Okavango.

Consapevolezza

Non riesco più ad essere così pessimista. C'è primavera ovunque. Ci sono promesse che non sono solo sogni, sono cammini da intraprendere, e devo solo scegliere quale, o quali, iniziare.

Durò per un certo lasso di tempo quella sensazione di sospensione surreale, ma fu un tempo in cui diedi tutto ciò che mi fu possibile, mi impegnai, e la speranza e la consapevolezza erano sempre presenti, pur nell'incertezza. I colloqui, le conversazioni, i moniti, quelli che provavano a mettermi paura, a farmi desistere, a farmi capire che dovevo saperlo io se era la cosa giusta per me, perché se fosse andata bene, poi sarebbe stata dura, difficile. E poi quel pomeriggio, sì, era un pomeriggio di febbraio ma non faceva freddo, aspettavo seduta e mi guardavo i piedi, seduta sola su una sedia fuori da una porta chiusa, chiusa in un turbinio di pensieri scomposti, consapevole che tutto sarebbe dipeso da una parola, una sillaba, che avrei sentito di lì a poco, un sì o un no che stavano per cambiare il corso della vita, di me stessa, degli anni a venire. Avrei potuto fare altro, andare altrove, ma quello che volevo era solo lì, e da nessun'altra parte, in quel momento.

La porta si aprì, qualcuno uscì, toccò a me. Entrai e mi sedetti di fronte alla ragazza, anzi, erano due, una poco distante, entrambe guardavano fogli, io guardavo loro che guardavano fogli e non mi guardavano, se non per rivolgermi un saluto distratto al mio ingresso. Chissà se sapevano cosa poteva passare per la mia testa in quel momento. No non lo potevano sapere, per loro uno era uguale all'altro. Poi quella davanti a me alzò lo sguardo su di me, incontrando il mio. Sorrise, lo ricordo, e disse: "Ok... Dublino".

DOVE DEVO FIRMARE?!?

Ecco, mi sento così. Come se stessi aspettando davanti a quella porta chiusa, davanti ad un telefono muto, che qualcuno chiami per dirmi Ok Arianna. Ok, quello che desideri da sempre, è tuo. Hai lavorato sodo. Te lo sei meritato. Goditelo, con tutto ciò che comporta.

Per questo venerdì scorso mi sono stancata di aspettare ed ho fatto una cosa di cui mai avrei detto sarei stata capace. Ho telefonato io. A quelli del negozio di animali. Tanto che avevo da perdere? Avete preso qualcun'altro? Perché avete detto che avreste chiamato anche in caso di risposta negativa ed invece non avete chiamato per niente? La risposta, stranamente, stavolta era davvero la più semplice ed innocua: Non abbiamo ancora deciso. Scusa. Ci sono stati un po' di intoppi, stiamo per aprire un nuovo negozio a Milano e per questo siamo presi dai colloqui qui, per Novi Ligure se ne parla verso aprile, ma sì, il tuo curriculum è sempre lì, sulla mia scrivania. Ti faremo sapere senz'altro. No, hai fatto bene a telefonare. Davvero? Forse ho fatto la figura della stupida, ma quando mi ricapita nella vita di vedermi offrire un posto da viceresponsabile in un negozio di animali? Tanto valeva verificare se davvero era già tutto andato in fumo o se una briciola di speranza poteva continuare ad aleggiare sospesa nel nulla, in quell'angolino nascosto della mia testa. Così è. Non aspetterò la telefonata. Anzi, è probabile che prima di qualunque chiamata io torni ad imbracciare palmare martello e scalpello per calarmi nei tombini fangosi a leggere contatori. A quanto pare qualche investimento in termini umani non si sta rivelando poi così furbo, ma non posso che sorridere sadicamente tra me e me. Anzi, tra me e qualche ex collega che mi riferisce dell'ennesima settimana di mutua presa da tizio, tizio che fu preferito a me. Ma poco importa. Sento qualcosa nell'aria che mi dice che andrà bene, che sta già andando bene, qualsiasi cosa sia. Mi sento libera. Anche se è difficile da credere, vista la situazione precaria e assurda in cui sono confinata, eppure è così. Sto buttando via cose vecchie che non mi servono più, mi sto preparando per viaggiare leggera. E' un po' triste non credere nell'amore, ma davvero sono stanca e sono arrivata alla conclusione che non sia qualcosa di prioritario nella mia vita, non adesso. Sto con una persona, gli voglio bene, lo rispetto anche se non mi sento sempre rispettata, ma non sento doveri di altro genere. Lui stenta a capirmi, forse in questa parte di mondo le femmine umane sono sempre state sottomesse o almeno naturalmente propense a fare da metà a qualcuno, mentre io mi sono già intera da me, tutto il resto è un di più, ed è un di più a cui tendenzialmente presto poca attenzione, specie per le quisquilie.

Forse sto davvero imparando ad amarmi.

Leggo tanto in questi giorni. Più che altro sul furgone, quando "tengo il posto" mentre l'uomo fa commissioni varie, il lavoro ancora stenta, anche perché il tempo atmosferico non invoglia la gente a comprare fiori e piantine. Fatto sta che mi sono sbranata "I Pilastri della Terra", libro che ho regalato io a lui per Natale, ma che da anni mi ero ripromessa di leggere. Decisamente ne è valsa la pena. Anche perché nel libro, ovviamente, c'ero io. La strega. Che vive nei boschi scalza e selvaggia, ma anche profondamente colta, in sintonia con la natura ma anche cosciente di ciò che avviene nel mondo degli uomini. Strega dall'inizio alla fine. Sono io. Poi inevitabilmente sono rimasta orfana di libro ed ho dovuto preoccuparmi di trovare una nuova lettura altrettanto interessante, anche se devo dire che è difficile leggere qualcosa di bello e mastodontico come l'opera di Ken Follett. Per non sbagliare mi son lasciata trascinare nella lettura di uno dei preferiti di Franco, "Il Talismano" di Stephen King. E...sì, sono soddisfatta. Di trovarmi a flippare da un piano all'altro, vivere in bilico tra due mondi diversi e distinti ma profondamente correlati tra loro, sentire e vedere e percepire con sensi amplificati, stringere amicizia con esseri-lupo che mensilmente la luna chiama a sé, diventare ogni giorno più vigile, pronta, forte. E consapevole.

Penso che potrei leggere qualsiasi cosa. Sono dentro a tutto. Non c'è più una cagna dormigliona, ora ho una compagna di viaggio. Quando usciamo non facciamo il giropipì, partiamo. Le uscite erano breve (10 minuti), media (dai 15 ai 30 minuti) e lunga (dai 30 ai 45 minuti). Ora esco con lei e non si sa mai quando torniamo, ma non ci mettiamo mai meno di un'ora e spiccioli. Se c'è il sole siamo capaci di rincasare solo dopo il tramonto. Dove andiamo? In campagna, tra gli alberi, in fondo ai campi ancora da seminare, lungo i fossi. A volte tolgo le scarpe, anche se fa ancora freddo. Ma io non lo sento, il freddo.

Anche l'altra notte non avevo freddo, nonostante la pioggia. Scendeva leggera e indifferente mentre la 500 bianca faceva inversione sulla statale e si fermava esattamente alla mia altezza, che ero sul marciapiedi a pochi metri con Dharma. Pensavo che, al solito, qualcuno avrebbe abbassato il finestrino per chiedermi come arrivare all'Inferno di Dante o al Bowling. Invece è scesa una donna, poi un uomo, si sono chinati alla luce dei fari, e lì ho visto che c'era un cane. O meglio, un fagotto inerme. Mi sono avvicinata mentre lo spostavano tenendolo in due, con la punta delle dita, quasi a spostare qualcosa di immondo e contaminato. Io ho solo detto Oddio... oddio.... è morto? ed ho riconosciuto il coker che poteva essere dei proprietari del negozio di fronte, oppure della villetta in fondo alla via. Sì, è morto. Ho legato Dharma ad un palo, l'ho toccato, l'ho guardato. Era caldo. Non c'era sangue. Era molle. Era bagnato. Non potevo lasciarlo lì a lato della statale, i due volevano aiutarmi a spostarlo, aiutarmi prendendolo con la punta delle dita come fosse un rifiuto radioattivo, li ho ringraziati, troppe volte, ma ho detto che facevo io, che lo mettevo là, sul marciapiedi, così che se qualcuno fosse venuto a cercarlo per lo meno l'avrebbero visto. Non sarebbe stato nel fango. L'ho raccolto e l'ho posato, gli ho sistemato l'orecchio, ho cercato di chiudergli gli occhi, occhi vuoti, che però sono rimasti aperti a guardare il nulla, ed io sono rimasta lì a guardare impotente una creatura spezzata, con la vita che scivola via tra le mie mani. Non mi sono chiesta perché. Ho lasciato che Dharma si avvicinasse al corpicino tiepido. Ha scodinzolato debolmente. Ha sentito lui, ha sentito me. Non ho potuto fare altro, e ad oggi l'unica cosa che posso fare è sperare che nella vita, una vita fatta di confino perenne in giardino, di sgridate furibonde per quelle due-tre volte che era scappato per venire a salutare la mia, sperare che le mie carezze su quel corpicino morto non siano state che le ultime, e non le uniche.

Forse non c'è la pioggia di là, o forse ce n'è poca, e dolce, e tiepida, e solo ogni tanto.

Lo so che non ho ancora pianto abbastanza. Un giorno devo prendermi il tempo e lo spazio necessari per piangere i miei morti, per portare il mio lutto. Finché non mi prenderò quel tempo farò sempre fatica a sorridere. Vorrei avere più tempo per sorridere, una volta finito di piangere. Magari domani, in uno squarcio di cielo, tra uno sguazzo e l'altro, in una parentesi di tregua tra la pioggia di fine inverno, mi nasconderò per un po' con i piedi nudi sprofondati nel fango gelido, e lì lascerò le mie lacrime.

Buio e luce

Written by:Aryaqua
Published on February 19th, 2014 @ 22:11:38 , using 878 words, 12864 views
Posted in Uncategorized
L’inferno è già qui.

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.

Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

(Italo Calvino)

Fingere di non vedere, quindi morire, morirne. Quotidianamente.

C'è il risveglio intorno e dentro, non posso più fingere. Il risveglio ha diverse forme e modi, il risvegliato lo sa, sente. Il cammino verso l'inferno è infinito come quello verso l'elevazione della luce, solo è al contrario: non credo esista fine al buio che uno possa raggiungere, esiste sempre un buio più profondo, chi non riesce a sprofondare sopportando l'oscurità crescente deve per forza morirne, togliersi la vita, perché sarà anche vero che finché c'è vita c'è speranza, ma è altrettanto vero che finché c'è vita c'è dolore, ed il dolore è nero, la solitudine è nera, la depressione è nera, l'inadeguatezza, la disillusione, la mortificazione, l'irrealizzazione, sono nere di nero che si sovrappone al nero in un aumentare costante ed infinito di tenebra.

Poi è arrivato il mal di stomaco. Strano, inspiegabile, eppure non è che mi abbuffo di schifezze, mangio pochissimi dolci e quei pochi sono scelti e controllati, quando non autoprodotti, prediligo il crudo al cotto, spesso e volentieri presto attenzione alle combinazioni alimentari, pratico sporadicamente il digiuno, quotidianamente l'oil pulling e la pulizia della lingua, un paio di volte ho effettuato con successo la pulizia intestinale. Eppure niente, dolore, nonostante tutto. Fino a che ho attraversato il cancello.

Non è niente, è solo uno stupido vecchio cancello che delimita una proprietà incolta là dove porto a passeggiare il cane. E' questo, per la maggior parte degli esseri umani, diciamo pure per tutti. E' questo per tutti gli altri. Per me è la soglia. La leggera brezza che fa tremolare le foglie secche sul pavimento gelido dell'anima.

Dopo anni di immobilità ogni fibra del mio essere anela con incommensurabile sforzo quel debole tremito di vita. Per quanto debole di vita si tratta, e la vita non è mai debole, finché c'è.

Sono stufa del pessimismo. Stanca della negatività. Infastidita dal quotidiano, dall'ovvio, dal banale. Io varco le soglie e sono ciò che voglio di là, pur per brevi tratti, riesco ad essere talmente tanto me stessa che mi capita di portarmi dietro un po' di me stessa quando rientro su questo piano. Vedi? Ho ripreso a scrivere, solo questa è una prova. Meglio: ho ripreso a scrivere veramente.

Riconoscere nell'inferno ciò che inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio. Ma riconosco solo me stessa, gli animali, le piante e l'erba, la terra. Non riesco a capire se ci siano esseri umani via dall'inferno. Sono tutti così indelebilmente macchiati di zolfo che non riesco proprio a discernerli dal buio. Mi rubano l'anima, le energie. Ho bisogno di luce. Ho bisogno di incontrare un essere di luce per capire la differenza. Se non lo troverò la strada sarà solo un po' più lunga, dovrò solo ricominciare a farmi luce da sola.

Davvero, non lo cerco. Mi piacerebbe vederne uno, una volta, per sapere che non sono proprio sola, per sapere che c'è una minima speranza. Anche se comunque la solitudine non mi fa più paura, anzi, credo che sia forse l'unica prospettiva di un futuro davvero realizzabile e sereno per me.

Non so cosa farò, non so cosa sto facendo nemmeno adesso. So che oggi al tg ho sentito che entro il 2050 probabilmente l'orso polare sarà estinto. Cioè, io sarò ancora viva (forse) e non ci saranno più orsi bianchi nel mondo. Ho pianto. Non voglio che sia così.

Cosa posso fare per fare qualcosa?

Intanto non mi hanno più richiamata per quel lavoro al negozio di animali, nonostante mi avessero assicurato che avrebbero chiamato in ogni caso. Qualcuno mi dice di chiamare con una scusa (tipo che mi hanno contattata per un altro impiego ma che volevo sapere se per caso la mia candidatura fosse ancora al vaglio, prima di accettare altri incarichi, dato che il posto in questione mi interessa sicuramente di più...), sarebbe da chiamare se non altro per farli velatamente sentire delle merde. Sembra impossibile che ci sia gente disperata che lega ogni speranza di futuro ad una telefonata, eppure è così. Ma loro non sanno, non ascoltano. Non sentono queste cose.

Vorrei solo lavorare, esprimermi. E poi perdermi nel verde, un po' ogni giorno. Mi perdo adesso, anche di lontano da quel cancello. La terra parla, ha una voce propria, mi giunge chiara. Come da piccola che mi chiedevo come facesse San Francesco a parlare con gli animali, e ci ho provato per anni prima di capire che non dovevo essere io a parlare, dovevo solo ascoltare, così adesso capisco, di nuovo, che devo solo ascoltare. La pioggia. Il sole. I germogli. E devo trovare un posto per me circondato da questo.

Il senso dello stare nel posto sbagliato con le persone sbagliate non è nel desiderio di masochismo, ma nella prospettiva di mostrarmi che sono sola, endemicamente sola, e che solo sola posso fare ciò che devo fare di me stessa.

Ora tutto mi appare più semplice e afferrabile.

Il cancello chiuso

Written by:Aryaqua
Published on February 17th, 2014 @ 00:42:33 , using 1021 words, 8351 views
Posted in Uncategorized
Il cancello era arrugginito e chiuso con un fil di ferro. Un cartello mostrava un omino stilizzato con una grande mano alzata ad intimare l'alt a chiunque si fosse avvicinato. Il cancello era arrugginito e chiuso ed immobile ogni giorno da due anni. A dire il vero erano mesi che non arrivava fin lì davanti. La stradina di campagna, asfaltata ma con buche enormi che dopo le piogge diventavano piccole piscine, si snodava dalla statale per Voghera alla statale per Viguzzolo, con in mezzo i campi d'erba medica, i campi di grano, una piantagione di chissà che arbusti protetti da bottiglie di plastica, il frutteto con i peschi che regalavano meravigliose esperienze mistiche d'estate, e il cancello. Guardava al di là, ci aveva guardato spesso, di là sembrava una landa desolata, con campi irregolari e incolti, colline sconnesse, fossati e sterpaglie nere. Era uno stupido cancello, ma era anche l'ingresso di un mondo al di là di questo. Era quasi sera, giovedì sera, era arrivata fin lì davanti, e guardava. Guardava attorno a sé, guardava lontano, la strada e lei nel mezzo, guardava che nessuno guardasse, guardava e pensava e non sapeva che fare, e le domande erano ma perché no? e ma perché dovrei farlo? posso? Il cancello era chiuso dal fil di ferro ma subito dopo il pilastro di destra un'apertura nella rete lasciava modo di passare ad un esercito. Invece era sola, o quasi. Così decise. Passò di là. Lei rimase fuori, a guardarla, guardinga. Lei era al di là e la invitava ad entrare. Vieni Tata! Passa di lì! Era la voce di una bambina, lo sapeva. Sempre guardinga si avvicinò all'apertura, la guardò al di là, quella bambina che aveva perso quasi trent'anni attraversando la linea invisibile. La riconobbe e, pur titubante, entrò.

Cercava solo un posto dove riposare la mente, dove non si sentisse il traffico, dove stare in pace lei e il suo cane. Invece si era trovata a varcare la soglia di un mondo nuovo.

L'erba neonata e soffice cresceva dal terreno umido, le piogge dei giorni passati si incontravano in polle d'acqua più in basso, le sterpaglie scure e apparentemente inanimate celavano timidi leprotti col codino morbido e candido, impronte di caprioli e cinghiali.

La cagnolona, vinta l'iniziale diffidenza, era ormai immersa in un universo di odori nuovi. Lei cercava di camminare leggera, per non lasciare impronte, per non ferire i fili d'erba.

Sapeva che doveva essere lì.

Sentiva urlare la terra sotto di sé.

TOGLILE!

Diceva.

Ho ancora freddo

Pensava.

Lo sai che non è così. Lo sai che è lì che devi stare. Lo sai che è l'unico modo per vivere per te.

Non è una paranoia, uno slancio estinzionista, un desiderio di sterile isolamento. Io sono solo così, nel vento, nell'erba nuova, tra le sterpaglie morte, lontano da ogni rumore umano, nel fiutare assorto della mia compagnia canina. Dove nasco e vivo non c'è cemento, non c'è traffico, non c'è plastica. Ci sono il fango ed il freddo dell'inverno, ci sono le carezze di timidi raggi di sole, e l'erba, erba verde che solletica i piedi nudi. C'è l'Irlanda dentro e attorno, c'è un cancello arrugginito e quando mi ci infilo di nascosto ci sono io bambina nei campi dietro casa a giocare da sola a costruirmi casette tra gli alberi, a correre tra i filari delle viti, a parlare con i cavalli. Ora leggo le tracce di cinghiali e caprioli, ammiro le lepri, cerco le nutrie. Stormi di uccelli si levano silenziosi sopra di me e mi fanno trasalire col loro rapido fruscio d'ali. Mi riempio di questo, respiro solo questo, e so che è questo che cerco ovunque ed è questo che devo avere ed avrò, qui, o altrove, solo questo mi fa sentire viva.

Solo la vita stessa mi fa sentire viva, nient'altro.

E non posso dirlo a nessuno, non posso spiegarlo, sono sicura che pochi capirebbero. Sono una strega. Che vive sola nel bosco, che conosce tutto, parla con gli alberi e gli uccelli, riconosce le voci dei venti, sente. Sente.

Ciò che mi mancava di più. Sentire quella voce che mi chiama. Mi chiama sempre, al di là del mare, dagli alberi, dalle montagne. Non esiste un luogo, non mi serve Rovereto, o Genova, o Matassone o Campo Ligure, non mi serve nemmeno Dublino.

Perché là, oltre un vecchio cancello arrugginito e stupidamente chiuso, in una campagna padana appena fuori la zona industriale di Tortona, là ho sentito di nuovo quella voce. L'ho sentita io, e l'ha sentita Dharma. Quel cane apatico e sonnacchioso che sta con me da un anno, di cui ancora ho capito poco, spesso apatica e poco propensa al contatto. Quel cane che ho incoraggiato a seguirmi, seppur per pochi metri e per pochi minuti, in un posto nuovo, che ha esplorato tutto con ritrovata curiosità e prudenza, siamo poi uscite, tornate sulla strada principale. Mi ha guardata. Ed ha corso, la mia pigrona, ha corso di felicità come una pazza, avanti e indietro con me nel mezzo che ridevo e saltellavo come una bambina felice. Abbiamo trovato un tesoro, oltre quel cancello, ma lo terremo per noi, per noi e per chi potrà capirlo. Cerco la mia casetta in campagna, o in montagna, isolata dal caos degli uomini ed immersa in quella cosa che da tempo cerco e che difficilmente sento, chiusa soffocata dal cemento, dal cibo scadente, dal rumore, dalla depressione.

La vita.

Pianterò alberi, coltiverò la terra. Avrò i miei cani, forse avrò dei gatti, avrò tempo e voglia di sdraiarmi al sole sotto i noccioli, camminerò scalza nella neve, sentirò il profumo della legna che mi scalda e della terra e delle foglie. Le cose non succedono mai per caso. Anche se non capisco perché ora sono qui così, un giorno lo so, tutto questo avrà senso. Forse domani, forse tra un mese, o tra un anno, ho visto che il cancello è sempre là, chiuso ma chiuso per finta, lavorerò, prima o poi, avrò quel che desidero se lo desidero davvero. Perché il cancello è sempre là, chiuso. Ma lo so bene che è aperto.

La consapevolezza. E il guerriero.

Written by:Aryaqua
Published on February 10th, 2014 @ 01:01:44 , using 932 words, 11053 views
Posted in Uncategorized
Ci sono i vincitori. Ci sono i perdenti. I vincitori hanno sempre la strada spianata, in discesa, sono quelli la cui vita è permeata di fortuna. I perdenti sono quelli che non ci provano neanche, che si lasciano trascinare. E poi ci sono i guerrieri. Quelli che non hanno fortuna e che non credono in essa. Quelli che perdono, spesso. Ma ciò non fa di loro dei perdenti. Quelli che magari pensano di esserlo, salvo accorgersi d'un tratto che tutte le sconfitte, tutte le botte, hanno fortificato il corpo e lo spirito. Hanno preparato a qualcosa di più grande ed importante. Un'altra battaglia, un'altra lotta. Magari un'altra sconfitta. Ma poi che importa? L'unica cosa che conta è continuare.

Continuare a lottare per cosa? Per anni sono rimasta ferma davanti ad un enorme blocco di marmo grezzo. Seduta lì a guardare, a pensare, senza idee, senza stimoli, senza capire quale fosse lo scopo di essere lì, dell'essere lì io, dell'essere lì del blocco. Concentrata solo sulla parete insormontabile, indecisa eterna. Oggi ho abbassato gli occhi per un istante, mi sono guardata. Ho guardato me stessa lì davanti, e solo in quel momento ho realizzato che in una mano avevo un martello, nell'altra uno scalpello. Da anni lì davanti senza capire che non era un ostacolo, ma la vita stessa che sta aspettando di essere scolpita, estrapolata da lì, smussata del superfluo, definita e trasformata. Ho pensato al David, alla Pietà di Michelangelo. Potrebbero essere lì dentro a quel massiccio di marmo. Oppure potrebbe esserci dentro dell'altro, qualcosa di ancora più bello ed importante. Non perché io sia meglio di Michelangelo, ma perché io sono io e quello che posso fare, lo so, può essere grande ed importante, se non per l'umanità senza dubbio per me stessa.

Sto pensando troppo al colloquio di venerdì, sto pensando a quel che ho detto, a quel che mi hanno detto, a quel che farò se andrà male, a quel che farò se andrà bene. Sono in sospeso, ancora, ma stavolta per qualcosa di davvero importante, e non me ne ero resa conto. Mi accorgo però di altre cose. Non credo nell'ineluttabilità del fato, credo però che le coincidenze non esistano, credo che ci sia un motivo. Credo che se adesso stessi leggendo allegramente contatori congelata dentro qualche tombino per 8 ore al giorno non mi sarei mai accorta di quell'annuncio e non avrei mai mandato il mio curriculum. Non mi avrebbero chiamata, io ed altri 5 tra 200, non avrei saputo questo, che è una delle cose più importanti che mi siano mai capitate anche solo così. Avrò la possibilità di dimostrare al mondo che ce la posso fare? Dimostrerò al mondo e a me stessa che magari non ce la posso fare? Sceglieranno qualcun'altro? Non lo so. Ma non arriverà venerdì trovandomi impreparata, perché ho capito che io sono io e devo fare ciò che sono nata per fare. Io devo lavorare con gli animali, devo realizzarmi così, che sia dirigendo un negozio con passione e dedizione, oppure spaccandomi la schiena facendo 300 lavori diversi per poter comprare un pezzo di terra dove tirar su una baracca e tre box per accogliere dei cani. E' inutile inseguire un pezzo di carta, la laurea è importante ma non è la cosa fondamentale, non è la chiave che aprirà porte a me inaccessibili, posso già fare cose grandi senza bisogno di altro se non di quello che ho già, il resto è un contorno, è stato come rincorrere per anni il dito che mi indicava la luna, mentre l'unica cosa che dovevo fare era avviarmi verso di lei.

Un passo dietro l'altro. Una strada lunghissima. Lunga tutta una vita. Ogni vita è dura, tormentata, sofferta. Oggi passeggiavo nel verde con l'aria gelida che mi sferzava il viso e mi spettinava i capelli e mi chiedevo se i ricchi sono forse più felici ed appagati di me. Ma no, le cose non danno la felicità. Io ho qualcosa d'altro. Io ho una ricchezza che esula dal conto in banca. C'è qualcosa che ancora non capisco, ma che so che c'è, che ancora non controllo, ma che è lì e aspetta di essere usato, o di esplodere. Quanto dolore e quanta sofferenza ho patito solo io lo so. Quello che non so è in cosa dolore e sofferenza mi hanno trasformata in tutti questi anni. Ci sono i fortunati. Ci sono i perdenti. E ci sono io. Una volta credevo che esistesse una forza "superiore" a tirarmi su dal fango, contro la mia stessa volontà, quando toccavo il punto più basso del fondo della disperazione. Oggi so che non c'è nessuna forza. Sono io, e basta. Io, sola, che mi tiro su, da sola, la mia volontà di rivalsa, di realizzazione, di felicità che è più forte della mia stessa depressione e delle manie autodistruttive. Io non sono depressione, sono altro. Io potrò essere sconfitta, ma non sono una perdente.

Troverò i soldi, troverò un lavoro, questo o un altro, migliore, troverò il modo, scaverò quella roccia fino a farla diventare un'opera d'arte, perché sì, sono ambiziosa e presuntuosa. Ho già tutto quello che mi serve, sono già tutto quello che mi serve. La vita è difficile, perché se non lo fosse non avrebbe senso, averebbe meno senso che se fosse tutto facile ed in discesa. La mia vita è così perché è l'unica vita che può farmi sentire viva.

Alla fine non mi mancavano gli stimoli, o i soldi, o la fiducia. Mi mancava la consapevolezza. Devo ricordare di tenerla accesa. Con lei accesa e presente tutto il resto arriverà. Lo farò arrivare.

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 ... 22 >>