Nuovo libro

Written by:Aryaqua
Published on March 26th, 2015 @ 00:18:52 , using 521 words, 167 views
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E adesso ogni gemma, ogni filo d'erba, ogni merlo e ogni talpa conosce le parole di Branduardi, e conosce la mia danza. 

Stringilo forte a te
L'amico che ti sorriderà
E fortuna a chi se ne va
Cogli la prima mela ah
Quando all'università mi incantavo a guardare gli antropologi vedevo una luce nei loro occhi. La luce di chi ha viaggiato, ha visto, ha capito. Di chi coglie qualcosa che altri non colgono. La luce di chi vede la luce. La stessa luce la vedo in chi sa cantare, la sento nelle vibrazioni della voce, in chi riesce a ballare, in chi corre scalzo, in chi parla al vento e alle foglie. 
Che gran culo che ho.
Ed avere la presunzione di essere quella creatura di luce che ho sempre saputo di essere.
Oggi in altalena, tutto il giorno.
Oggi nel nulla cantando. Lasciando che la pioggia mi scendesse leggera sui capelli, perdendo parole nel vento forte, saltellando felice come una bimba di quattro anni.
Felice felice felice. Felice.
Stento a riconoscere questa creatura danzante che mi sorride, da quella polla d'acqua di cui dicevo ieri. Eppure sono proprio io. E nessuno mi ha spiegato come fare, nessuno mi ha parlato di luce, qualcuno ha provato a dirmi dell'energia, ma non capivo, non ne sapevo niente, non riuscivo ad interpretarla. Adesso invece tutto è luminoso, anche nella pioggia che non dà tregua.
E' quel mezzo chilo di coraggio che ancora mi manca. Dai Ary, cosa aspetti? Cosa aspetti, davvero?
Chiamata da numero che non ho in rubrica, capita spesso in questi giorni, di solito per lavoro. Invece era lui, il venditore della casetta vista sabato. Solite cose, volevo avvisarla che la coppia venuta prima di lei è seriamente interessata bla bla ma sa, lei ci è piaciuta di più, così a pelle (?), e la casa ha un valore affettivo, non volevamo darla proprio al primo che passa, e poi bla e bla ma lei cosa dice bla. Accelerare i tempi. O solita strategia da venditore, chissà. Però mi sembrava sincero (ma a me sembrano tutti sinceri, dannazione!). Gli eventi si susseguono in una corsa, sempre più veloce. Ho bisogno di aiuto adesso, e non so dove trovarlo.
Poi stamattina mi scrive un messaggio.
Devi andare a prendere quel libro. Devi leggerlo. DEVI. Vai, ora.
Sono andata, stasera. Avevo 10 euro e spiccioli. Era l'ultima copia, e costava 10 euro e spiccioli. Ho letto le prime righe. Ed ho sentito che cambiava. Ho capito improvvisamente che non sono sola, che non sono la sola, che non sono da sola, che quello che sento non l'ho inventato io, non esiste solo nella mia fantasia, ma è reale, ed è qualcosa che trascende la mia umile esistenza, è un qualcosa di tutti, che altri, che altre possiedono e dominano e usano, ed ho capito che ho fatto tanta, troppa fatica, unicamente perché ho dovuto trovarlo da sola. 

Finché nel cuore della donna
continuerà a brillare la luce dell'amore
il mondo sarà salvo, ma se quell'amore scemerà,
allora l'odio e l'indifferenza
dilagheranno e finiranno col distruggerlo.

Hernan Huarache Mamani - La Profezia Della Curandera

(Vado a leggere...)

Umor d'Irlanda

Written by:Aryaqua
Published on March 25th, 2015 @ 01:03:48 , using 682 words, 71 views
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Sai che c'è... Mi sento stupida e felice. Ed estremamente contagiosa.

Ma non c'è un motivo, no no. Sono ancora gonfia e sotto antibiotico, ho ancora il cuore lacero, non ho ancora deciso che farne della mia esistenza, il sole non si vede nemmeno oggi e anzi piove (pioggerellina leggera), eppure... sono fottutamente felice dentro. Faccio sogni assurdi e cerco ricette di torte alle carote. Penso alle cose che mi hanno fatto male, penso alle cose che mi fanno bene, penso tantissimo e apro tutte le finestre della mia prigione, ora che vi sono io sola, cambio l'aria.
Torta in forno. Un profumo delizioso che si espande in tutta la casa. Ancora felicità che sprizza e si espande così, come il profumo di un dolce semplice, che sa di casa. Mh... casa...

L'umore in questi giorni è intonato con il meteo. D'Irlanda. Pioggia sole pioggia pioggia sole pioggia pioggia pioggiaAdirotto sole pioggia nevischio pioggia ARCOBALENIIIIIIIIIII

Bella che così fiera vai
Non lo rimpiangerai

Danzala la vita tua
Al ritmo del tempo che va
Ridila la tua allegria 
Cogli la prima mela ah

Penso solo a danzare. Penso solo a togliere le scarpe.
Stasera in palestra ho corso. E poi ho corso. E poi ho corso ancora. Non mi fermavo. Non pensavo a niente. Non c'era niente a parte il mio respiro regolare e i piedi nudi sul pavimento sintetico. Non c'era fatica, non c'era affanno, non c'era nessun rumore. C'è solo il desiderio atavico di muovermi, di correre.

Oggi ho pensato a te. 
Non lo so perché. O forse sì, lo so. Lo so sempre a dire il vero, vorrei non saperlo, tutto lì. Il motivo è una cazzata irrilevante (Irrilevante? Non credo al caso...). Oggi pioveva e mi sono lasciata andare stancamente ad un attimo di oblio sul divano. Cosa che non faccio mai. E togliendo quel briciolo di coscienza, lasciando andare i pensieri, scivolando verso il sonno, sospesa a mezz'aria come su di un'altalena che arriva al culmine del suo gioco, quell'istante prima di venir trascinata nuovamente all'indietro, ecco, proprio lì, sono affiorati dei ricordi. Frammenti. Il sole tra le nuvole gonfie di pioggia che riflette nei vetri dei sogni infranti, creando giochi di luce. Non c'è nulla di intrinsecamente sbagliato in ciò che è successo. Ora ho il colore del grano. Il mio grano ha mille sfumature ormai, e molte altre ne avrà andando avanti (perché non posso, davvero non posso, smettere di innamorarmi e di amare). Sì, fa sempre male, eppure, sempre, mi lascio addomesticare. Adesso però sorrido, sorrido e basta, sorrido serena e quasi rido quando raggiungo il punto più alto su questa altalena (shhhhh... so ancora andare sull'altalena, come i bambini, come una bambina). Sorrido pensando al tuo sorriso, a quando riuscivo a strappartelo fuori, pensavo a quanto fosse bello vedere una persona sorridere, pensavo che avevo visto bene, la luce ce l'abbiamo dentro, la luce dobbiamo tirarla fuori, un po' di luce la so tirare fuori anch'io, dagli altri, o forse sono io che illumino gli altri che splendono della mia stessa luce riflessa, presuntuosa che non sono altro! Pensavo solo a questo e niente più, a parte, forse, il tuo odore. 
E poi... e poi mi sono addormentata, come sempre, da sola.

Non dimentico niente. Non cancello niente. Smetto solo di cercare delle risposte, perché non è giusto perderci troppo tempo, se non arrivano poi da sole. Devo andare avanti, continuare a cercare, se voglio trovare ciò di cui ho davvero bisogno. 
Ma oggi non c'è dolore. Oggi c'è solo l'immagine di un momento incancellabile che riaffiora leggera sulla superficie perfetta di una polla d'acqua trasparente. Miliardi di anni luce dal dolore. 
Arianna sta imparando ad acchiappare la felicità, a guardarla com'era negli istanti cristallizzati, a sentirla ancora vibrare da laggiù, a rievocarla e a viverne di nuova. 
Come accostare delicatamente le labbra a quella goccia di pioggia sospesa al bocciolo di un ciliegio sul punto di dischiudersi, quella goccia che ieri ho colto a fior di labbra, che mi ristora e mi disseta. 
Oggi vivere è leggero. Per una come me. Incommensurabilmente forte.

21 marzo e confusione

Written by:Aryaqua
Published on March 21st, 2015 @ 23:33:27 , using 1286 words, 97 views
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"Sono gli strascichi dell'amore mancato, un po' come le mestruazioni, scusa il paragone

il corpo spera di mettere in cantiere un bimbo e invece no, quindi poi stai male, hai le contrazioni e perdi sangue e tessuti per 5 giorni"

Di questo devi scrivere... Di sangue e dolore.Che però è solo un aspetto del tutto.
Perché a me il sangue non ha mai fatto impressione. E il dolore non mi ha mai fatto paura. Anzi pare che siano cose che rafforzano. 
Pare che Arianna sia forte.

Sarà entrato in bagno cinquanta volte. Cosa fai? Cosa stai facendo? Ma dove pensi di andare conciata così? Cioè? Ma a cosa serve? Ma davvero stai uscendo? Cioè ma per andare nei campi?? Ma poi non ti lavi? Ma... perché?
Aspettavo questo giorno da tempo. Lo aspettavo con le canzoni nella testa, in inglese, in gaelico, melodie tristi ed evocative. 

Ma perché... rispondere a tutti questi perché? Perché è così e basta. Perché certe cose le sento che partono da dentro e non voglio spiegarle, non c'è niente da spiegare, come spiegare la primavera?
E' energia. Luce che sale dal profondo, ti penetra nella carne come spine che si conficcano in profondità nelle piante dei piedi. Fa male, la maledetta primavera. E' vento freddo che fa rabbrividire e così ti ricorda che abiti ancora un corpo caldo e vivo. E' una antica melodia che si sente stando sdraiati nel frusciare di erba appena spuntata e rami ancora spogli. Il chiacchiericcio di quelle due foglie secche ancora appese lì, per un lembo. La vita che scorre come acqua nei fossi, limpida ad aspettare le rane. La primavera è Scusa ma proprio non riesco... E togliermi le infradito (sì, l'Arianna è già in infradito da tre giorni), e camminare scalza sulla terra, e Aspetta, vado avanti io così ti dico se ci sono le spine (lo so perché mi si conficcano nei piedi), e lui mi guarda attonito, che lo sapeva che ero così, che ero scalza, ma forse non immaginava quanto, ed io sorrido del suo sguardo incredulo, però mi prende per mano e si lascia portare da me là, dove sono io. Ahi! Hihi... spine... Hey! Hai sentito? C'è qualcosa lì, di grosso... Guarda! Un capriolo. Cioè, non sto scherzando. Vedi che io davvero vivo in un posto magico? (e mi ricordo, una notte di un'eternità fa, o forse era appena il mese scorso, che ero con qualcun altro, nel momento in cui... Guarda! Ma... è una volpe!)

Destabilizziamo qualunque cosa (abbiamo un'energia cosmica che se solo volessimo usare...)

Arianna da sola nel mezzo del nulla, Arianna da sola, ma mai sola. 

Chiusa in bagno a riesumare trucchi. Questo ombretto verde l'ho comprato vicino a O'Connell Street, me lo ricordo bene. Sì, io ricordo tutto, quel St Patrick Day non l'avevo nemmeno usato. E' ancora nuovo. Oggi abbondo. Ninfa dei boschi, occhi verdi occhi blu, shamrocks dipinti dall'inguine al collo, orecchini a farfalla, rossetto (sì, rossetto. E' color sangue? Rosso brillante vivo). Vestiti leggeri e laceri buttati addosso come stracci, esco così, incappucciata come Arwen principessa elfica, butto ciò che resta di un paio di scarpe consumate in fretta ai lati del campo e corro nel deserto ora umido nel pomeriggio freddo di un 17 marzo grigio plumbeo. Corro pensando a Lei. Sta arrivando sta arrivando. Voglio vederti danzare scalza per far girare la terra, per farla arrivare. Corro sentendo morbido sotto ai piedi, corro puntando ad attraversare in fretta il campo spoglio per potermi buttare nell'erba morbida sul ciglio del fosso laggiù, costeggiando il laghetto finto, e la corsa dura poche centinaia di metri, perché è subito lì che voglio arrivare, ma non sono ancora lì, mancano pochi metri, che il grigio d'improvviso si squarcia e mi inonda di luce. Mi giro rallento guardo in su mentre mi si allarga il sorriso estasiato che fa aprire ancor di più lo squarcio nelle nuvole. 
Sono io che faccio uscire il sole correndo e danzando. Dici di no? Provamelo. Ma guardami. Guardami nell'esatto momento in cui correndo felice mi si rovescia il cappuccio all'indietro, guardami mentre sposto le nuvole e afferma, se puoi, che non sono stata io a farlo. Che tutto ciò non sia, in qualche modo, successo da me, per me. Come il capriolo, come la volpe, come il picchio verde.
E i boccioli, uno dopo l'altro, esplodono.
E' arrivata lì dove sapevo, una creatura selvaggia e libera vestita solo della propria pelle dipinta di verde e blu. Arriva e ci possiede. E' un brivido continuo.

E' nell'aria. Anche oggi che il sole ha fatto il timido, eppure... Oggi è primavera sai?
I vetri rotti di sogni infranti ora sembrano quel che sono, semplici cocci sparsi in disordine sul sentiero della mia vita, quella parte che ho già percorso. 

Ho pensieri sparsi, al solito perché chiusa qui tutto si smorza  e confonde. O forse perché oggi sono sotto antibiotici. Ehhhh? Tuuuu? Che accadde? Accade che mi sono alzata stamattina con na faccia così. Ieri avvertivo un po' di fastidio alla gengiva e stamattina mi si è gonfiata tutta la parte destra della faccia, dallo zigomo all'occhio. Per fortuna nessun dolore, ma fastidio tanto. E demoralizzazione. Ho paura dei granulomi sparsi qua e là, metti che poi perdo i denti... Ed ho preso l'antibiotico. Che io non ho mai fatto uso di droghe né leggere né pesanti, ma oggi sono andata in giro che probabilmente un eroinomane sta messo meglio. 
E così, in queste condizioni, sono andata a vedere la casetta. 
La giornata grigia, io rincoglionita, insomma non è stato il massimo come preludio. Come ovvio io guardo per lo più lo spazio esterno, che è poco. La casetta invece è proprio carina e in ordine, forse c'è qualcosa da sistemare sul tetto, non hanno saputo dirmi, comunque la cifra che chiedono è talmente bassa che se avessi un lavoro fisso degno di tale nome potrei prenderla anche solo così, come ripostiglio. Aspetto un pochino, magari riesco ad andare lì in un giorno di sole. Le vibrazioni? Non lo so. non le ho sentite. Purtroppo. Ma non è detto che non ci siano.

Devo scrivere altro, molto altro. Devo parlare di Erin, devo parlare del taglio che mi sono fatta sotto al piede, devo descrivere del perché non guardo le persone negli occhi, quasi mai, devo raccontare di Dharma come parte esterna della mia anima più ancestrale e vera. Ma adesso sono stanca, e non voglio fare un post chilometrico, quindi concludo qui per ora. Con pensieri sbavati dai fumi del medicinale. Anti-bios. Ho dovuto ingerire una cosa così, ancora non mi pare vero. 
Descrivo solo un attimo questo ennesimo sabato sera. 
Il sabato fa male perché sto in un posto che mi ferisce, non per altro. Perché voglio un giorno stare in un posto dove il sabato non esiste. Dove è uguale al lunedì e al giovedì. Sabato scorso siamo stati derubati dal furgone al cimitero, poca roba per me, un danno grave per lui. Sensazione orribile di essere stati violati. Questo sabato, nonostante sia il primo giorno di primavera, è stato grigio, ed io massacrata fisicamente, poco presente. Ho portato fuori Dharma nella notte. Pioviggina. Ho respirato la pioggia. Sì, era da un po' che non pioveva. Sono andata in campagna, nel buio, nel nulla.
Quanto mi sento sola stasera...
Quindi vai, e stai da sola nella solitudine, ascolta la pioggia leggera sul cappuccio della giacca, ascolta la pioggia che mancava da un po'. Respira. Lascia che i pensieri scivolino fuori. Cerca la strada, cerca la strada di casa.
Arianna vuole farsi il nido con i rametti, l'erba secca dello scorso inverno, lo sputo, il fango e il sangue. 
Voglio dormire nel mio nido sotto ad un ciliegio in fiore. 

Accenni

Written by:Aryaqua
Published on March 17th, 2015 @ 00:52:37 , using 961 words, 220 views
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Non sono io.

Non sono io quella seduta lì ad aspettare la prossima bastonata. Non sono io quella che viene sempre scartata. Non sono io la seconda scelta dal lavoro, dall'amore, dalla vita. Non sono io quella che elemosina e che piange e che si rassegna ad un'esistenza inesistente, di stenti e polvere. 
Non è un eterno fallimento. E' un'eterna prova, una spinta a migliorare, una forza profonda che mi tira fuori dal bozzolo e mi asciuga le ali. 
Ary... quando? Quando? Ricordati chi sei. Non dimenticarlo mai.

Ary è felice, anche se a volte troppo paturniosa. Dovrei spegnere tutto, lasciarmi giusto una paginetta aperta dove annotare i pensieri sparsi, annotarli però lontano da qui, che come spiegavo prima, qui non escono bene, restano monchi e zoppi, mentre quando sono nei campi io sono libera, la mia mente è libera, e i pensieri si accavallano e spingono per uscire fuori e vorrei acchiapparli e scriverli tutti prima di lasciarli andare, ma inevitabilmente alcuni vanno persi, e forse è un po' un peccato, o forse un po' sono solo io che nel mio orror vacui temo che un giorno non resterà più nulla di me, se non le parole scritte, digitate. 
Non voglio riempire il mio vuoto con chiunque, perché chiunque non è adatto a me, non più, no, non voglio più avere accanto qualcuno a caso, tanto per. 
In questi giorni il vuoto fa male fa male fa male. Perché? Voglio riempirlo col sole. Che però non c'è. Tutto lì.
Vogliamo dare un po' di spazio, un pochino solo, a quella minuscola parentesi? Che ho scritto e mi sono dilungata fin troppo in altre cose che non avrebbero dovuto meritare (solo che il dolore infine meriti la mia attenzione? No Ary, no!), adesso solo un accenno a quel che succede qui, nel piano reale, quando sono lontana da muri di cella e lontana pure dai campi infiniti e dalle onde di sole o dalle nubi di pioggia di marzo. 
Eh... Io... Ehm... Ok. Questa cosa delle consonanti mi capita un po' troppo spesso forse. Forse. Ma forse no. E poi cioè, tempo zero. Raccattata su dalla strada il giorno dopo il disastro totale. Sfatta, stanca, sconfitta, distrutta, dai vengo lì, ti offro un caffè, no non lo bevo più il caffè (mai più mai più caffè!), comunque grazie, scusa se sono così, beh te l'ho spiegato no? Vabbè insomma che straccetto che sono, grazie per la compagnia eh, poi lui mi fa: ma ti ricordi quella cosa di cui ti dicevo... e io cosa? e lui: questa! E mi prende e mi bacia. 
Ma sì. Fanculo. (Pensai lì per lì)
C'è che adoro le persone sincere dal primo momento, anzi, addirittura da prima del primo momento. Non è che chiedo poi molto, no? Cioè dimmi cosa vuoi che ti dico cosa voglio io, se le cose collimano... perché no? E così fu.
Ogni tanto ci si vede. Un po' pochino, ma credo che per il momento vada davvero bene così, anche se l'animale selvatico che mi si annida nella pancia brama ben di più che qualche parentesi strappata alla routine. Ma si può parlare di routine e Arianna nella stessa frase? Mhhhh... Io corro sempre ma non voglio correre troppo adesso, in questo. E siamo entrambi d'accordo. Freeenaaaaa!
Poi mi siedo, come sempre, in cima alla mia vetta, come ogni giorno (aspettando l'ispirazione per buttarmi) e lo guardo. Guardo l'effetto che faccio alle persone che mi si avvicinano, a cui mi avvicino abbastanza. Abbastanza da far loro vedere qualcosa di me. Qualcosa di vero, non solo la realtà tangibile di cui sono fatta, intendo proprio quelle briciole di me che spesso regalo, anche a chi non le merita. Ok si avvicina, e io gli regalo una briciolina. Piccola, che ho paura adesso. Eh fa male... fa tanto male, e lo farà sempre, ma non è colpa tua, ma non sono esaurita, solo un po' stanca, e non ho molto, ma qualcosa c'è, anche se ben lungi dalla piena carica di quando sto davvero in me. Comunque sia, questo poco, te lo regalo, perché mi piaci, perché mi hai detto la verità, perché apprezzo le persone limpide anche se sono un po' pazze. E se non fossi stato un po' pazzo non ti avrei nemmeno degnato di uno sguardo, ma questo lo sai. Lo sanno un po' tutti. Abituata come sono a veder sprecato e buttato via il mio amore dalle persone di cui mi innamoro, sono stupita e profondamente felice nel vedere come invece quel poco che ho dato adesso possa aver illuminato a giorno la vita di qualcuno. Che forse non se l'aspettava, non così. Eppure, gli ripeto, non è niente di ché... sono solo io.
Non c'è niente di ché qui, signori, solo Arianna, in carne ed ossa e anima e luce e calore, e non possiedo e non voglio possedere niente e nessuno, ho solo il mio respiro e il mio battito, ho solo braccia forti per stringere e sollevare e abbracciare stretto, ho solo questo e nulla più, pensieri sparsi che salgono leggeri come bollicine e sottili spruzzi d'acqua da una fonte inesauribile di calore che ho dentro. Null'altro, tranne me, qui. 
*Shhhhh... non dirlo. Non dire niente. Non dare etichette. Però grazie che ci sei e che quando sto con te sono felice. E non penso a niente*
Una vita di poesia e cercare di tenere duro e continuare a cercare lavoro lavoro lavoro. Per poter pensare seriamente al luogo dove andare a vivere (veramente) e cercare però anche di non lasciarmi guidare esclusivamente dal cuore. Rallentaaaaaaa!
E dormi un po' di più. Che la vita è bella ma hai bisogno di sognare forte per prepararti al grande balzo.
Ne sento l'odore. Sento l'odore di casa.

Quasi pronta

Written by:Aryaqua
Published on March 12th, 2015 @ 00:00:53 , using 683 words, 263 views
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Poi mi guardo. Non nella realtà. Ho ancora paura di guardarmi in uno specchio. Osservo parti di me, che cambiano, che evolvono.

Ho visto una mia foto di circa 10 anni fa e mi sono quasi spaventata. Sono sempre io, o forse no. Avevo attorno una decina di chili in più. Come ad essermi tolta una corazza, un primo strato di mortali spoglie. Eppure 24-34 dovrebbe cambiare, ma non così. Io cambio al contrario. Invecchio. Miglioro. Divento più bella. Esco dal guscio, dall'involucro. Sto prendendo la forma definitiva.
Ci sono le ali lì dietro? Sì, ci sono.
Definitiva non significa che mi fermerò lì. Io sono in continuo cambiamento e lo sarò sempre.
Vorrei dormire un pochino qui nel mezzo del deserto, solo un minuto, tanto da riprendere fiato e capire. Invece no. Fa quasi ridere... Ary ma che combini? Ogni volta che esco da qui faccio danni. Ma serviva davvero prendersi del tempo per stare in un angolino a piangermi addosso?
Oh piango sì, piango eccome, piango fin troppo. Ma piango camminando. Proprio come quando ci si scazzotta un po' in palestra e io al solito stanca e impacciata mi becco un montante o un laterale nella pancia, accuso terribilmente ma no, non vado giù, e sento qualcuno che mi dice "Recupera combattendo". Non morirai oggi, no, non credo proprio. Tieniti il tuo male e vai avanti a fare quel che stavi facendo. Ovvero combattere, e prenderne altre. E magari anche renderne qualcuna, non sia mai.
Oggi ho attraversato la statale. Non vado più alla stradina nei campi, mi butto direttamente nel nulla, attraversando il fosso. Davanti una distesa di fango secco dove ancora non si azzarda a crescere nulla. Ho tolto le scarpe. Lì. Abbandonate. E sono andata avanti, così, nel nulla. Dove il fango si era seccato troppo la superficie era dura e ruvida. Sai lì, dove c'è l'arco soffice del piede... Lì fa male. Tanto. E l'erba morbida sembrava irraggiungibile là in fondo.
Sono arrivata sulla riva del laghetto pluviale. Tra le radici semi scoperchiate di una quercia ancora dormiente ho sorpreso una coppia di germani, volati via seccati dalla mia presenza. Un paio di metri più in là, in acqua, due meravigliose ed enormi nutrie. Era da un po' che non ne vedevo, temevo fossero finite male. Ho sorriso felice nel vederle lì. Sono arrivata all'erba. tutta attorno al fosso. Dove scorre l'acqua. Dove affondo nel fango molle fino alle caviglie, e scivolo e mi sporco e sento il freddo dell'acqua di marzo. Ma come arrivo lì sull'altra sponda del canaletto sento un guizzo nell'acqua. Non la vedo, ma lo so che è lei. Sono loro. Si sono svegliate. E tra poco, la notte, la prima notte tiepida, canteranno la primavera dai fossi.  
Qui ci mette semplicemente un po' di più.
C'è qualcosa di meraviglioso anche qui, in Padania, a 100 metri dalla statale, frammenti di eterno nel centro di un mondo in disfacimento, marcescente, una parentesi di luce scavatasi a fatica. Ed io strappo e mordo e lacero con le unghie e con i denti per allargare questa parentesi, per farla espandere, per tenerla viva, e lasciarla respirare. O sono semplicemente io che respiro attraverso lei.

Lei: "Ora devo uscire... A dopo, se ci sei"
Io: "E dove vuoi che vada..."
Lei: "Lontano da lì"
L'amica. 

Ho adocchiato una casa. Cioè, ho visto l'annuncio e pare interessante, ma il proprietario abita evidentemente fuori zona e può salire a farla vedere solo nei week end, e guarda caso non il prossimo. Sempre ad attendere. I comodi degli altri. Va bene. Qui ogni giorno è un inferno, ogni giorno un po' di più. Ed io sopporto. Sopporto. Sopporto. 
Ma sono pronta... Davvero. Lo sono. Sono in cima. Sono sola. Vedo ogni cosa da qui, tutto ciò che ho dietro, mentre davanti non scorgo niente. Ma non c'è nebbia. C'è luce abbagliante. 
Secondo me hai paura di te stessa, della tua stessa forza...
Qual è il giorno, Ary? Quando? 
Ary sa la data, il giorno esatto. Vero?
Certo che sì. L'ho sempre saputo. E' il mio giorno perfetto, da sempre. Sarò pronta.

Ode alla mimosa (e alla donna-mimosa)

Written by:Aryaqua
Published on March 8th, 2015 @ 23:38:22 , using 447 words, 185 views
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Regalami una mimosa. 

Regalami il profumo della primavera senza aspettare una data. Regalami un raggio di sole sotto ad un albero di delicati batuffoli gialli, lasciameli toccare, lasciami sentire. 
Lasciami pensare.
L'otto lotto. Ma lotto sempre. Come lei. Come te. Come tutte.
Anche come chi ha scelto di non lottare più, di lasciarsi morire. Anche come chi non può più lottare, perché lottando è morta, per sempre.
Regalami una mimosa, ma regalamela alla fine di febbraio. Regalami il suo profumo di primavera senza recidere le fronde di quell'albero. Regalami il giallo del sole, della luce, del calore, la delicatezza. La forza di radici profonde, la forza di rami che si tendono verso l'alto a raggiungere il cielo.
Regalami di poter esistere senza essere recisa, infangata, denigrata, usata e poi buttata via, perché come mimosa recisa sembrerò al massimo del mio splendore l'istante prima di morire. Ma anch'io, come la mimosa, invece non chiedo che di poter vivere ed esistere, nel sole. Chiedo di non essere tagliata e ammirata per un'ora, da fiore reciso, che è bellissimo sì, come una bellissima ragazza morta. Non farmi appassire, sfiorire, marcire. Non voglio che mi cambi l'acqua a prolungare un'agonia. Voglio essere per quel che sono. Voglio esistere libera, come rami di fiori sugli alberi a primavera. Voglio essere come chiunque vuole essere. 
Non è la mimosa che l'indomani appassisce, diventa marrone, puzza. E' la morte che la uccide, come uccide tutte noi se recise, costrette in un vaso di cristallo per abbellire la tavola un giorno appena.
Un giorno appena.
Un giorno soltanto.
Questa volta non sono polemica. Non voglio esserlo. Preferisco la poesia. Fosse anche la poesia di Cassandra, destinata a cadere inascoltata nell'oblio, come piccolo fiore sfatto e appassito all'ombra di una giornata simbolo di ciò che dovrebbe essere quotidianità, non eccezionalità. Quest'anno preferisco la poesia che sento quando il vento sussurra tra gli alberi e mi porta il profumo delicato di un fiore fragile come la mimosa. 
Non così fragile come potrebbe sembrare.
Sii tu stessa quella pianta. Sii nelle radici profonde e nelle chiome che affondano nel cielo a primavera. Spandi il profumo della primavera. E se in mano reggi un rametto reciso di mimosa, piantalo nella terra morbida ed umida. 
Regalami una mimosa.
Regalami una pianticella di mimosa, da piantare e coltivare. 
Regalami di essere quella pianta ogni giorno.
Regalami di essere sempre fiera ed orgogliosa di essere nata donna.
Regalami di meritarmelo, per me e per tutte quelle che in questo ancora non credono.
Ed io ti regalerò il giallo e il profumo a primavera, l'ombra ristoratrice dall'arsura dell'estate, il riparo pur effimero dalle piogge dell'autunno, e la promessa di primavera nel gelo dell'inverno.

Vibrazioni

Written by:Aryaqua
Published on March 7th, 2015 @ 01:41:17 , using 707 words, 124 views
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A volte càpito in posti che non si possono descrivere. Nè fotografare.
Mi si è bloccata la scrittura. Mi si è bloccato il pensiero creativo (per un istante). Ho le sensazioni adesso. Emozioni violente che scuotono l'anima. Perché a volte non basta vibrare, serve proprio avere un terremoto dentro, per cambiare. Questo succede quando riesco a trovare luoghi in cui devo stare, immergermi, dove dovrei esistere più spesso.
Per non perdere la vibrazione mi immergo anche qui in luoghi che recano le stesse frequenze, o quantomeno simili. Corro a perdifiato, fin quasi a star male, fino alla fine dei campi, per rifugiarmi nella mia radure sulle rive del laghetto di pioggia, a spaventare i germani. Le scarpe. Dannato strumento di tortura. Le tolgo, le scaglio, le odio. "Lascia a casa le scarpe" dicevi stamattina. Che scema, mai una volta che ti ascolti da subito. Ok, le levo adesso, non è troppo tardi. No. Il sole è ancora alto in cielo, e resto lì a vederlo intiepidirsi sulla mia pelle nuda. Quel che posso, per lo meno, da qui quelli sulla statale mi vedono, più o meno. C'è ancora il vento freddo. Ma il sole di marzo lo cancella via dalla pelle, sento solo calore, sento solo lei a permeare tutto ciò che ho attorno. Vedo germogli. Mi rannicchio su me stessa, spogliata e scalza, affondo i piedi nella terra ancora fredda e umida. E' un'umidità che amo. Mi sento che sto germinando da dentro. Tiro su la testa un istante e guardo il pelo dell'acqua scosso dal vento. Vibra.
L'acqua vibra, la terra vibra, io vibro. E' la vibrazione la chiave di tutto, quello che mi serve realmente adesso. E devo fare, ogni volta, centinaia di chilometri per farmi prendere a zampate da un orso per riuscire a vedere l'evidente. Io ho bisogno di vivere in un luogo che vibri come me.
Fantascienza, ecostronzate, hai guardato troppo Avatar, dice. E invece io so che è reale, è così e basta. E' che sono sempre lì dov'ero, ma con uno strumento in più per poter capire, cercare, trovare. Avevo la terra umida e l'erba secca dell'inverno sotto di me. Alti fusti e rami morti di morte apparente, sopra, nell'immane sforzo tesi per raggiungere il blu. Quanto blu oggi, quanto blu e oro, per essere solo marzo, quanto calore per essere ancora avvolta dal vento gelido.
Il laghetto increspato mandava bagliori surreali. Io li guardavo giocare nell'erba a cambiare i contorni della realtà, e mi chiedevo se fosse il sole, o se fossi invece piuttosto io, a fare luce.
Dove sei? Lasciati trovare...
Le parole galleggiavano leggere in superficie assieme ai bagliori dorati.
Ary fa il nido, come da bambina nei prati dietro casa, Ary si fa il nido da sola perché sa come fare. Ary oggi è piena, è felice.
Felice perché pensavo alla vita. Che si riempie di catrame velenoso quando pensiamo nero. Che puzza di marcio quando vediamo solo il marcio. Che fa schifo, quando ci ostiniamo a perseverare in qualcosa che fa schifo.
Ma la mia no. La mia vita è poesia. Di occhi grandi pieni di sole e di stelle, di cuore spezzato perché non riesce più a contenere l'anima che scalpita per poter volare alto. La mia vita è una danza leggera come il vento che sposta le nuvole, un volteggiare a volte dolce, altre convulso e sconnesso, a spargere semi che germogliano, a far scivolare via il veleno. La mia vita è una lotta. Di animale ferito e mai arreso, di guerriera fiera dalla forza ben nascosta, è una lotta di chi semplicemente lotta per poter vivere, e danzare, e scrivere poesie.
Ed ogni mattina morire di dolore. Ed ogni sera al tramonto trovarmi a danzare irriverente e scalza sul cadavere della me stessa di ieri, ben sapendo che, calato il sole, dell'altro veleno, o una pugnalata, mi lasceranno in un sonno agonizzante, che mi vedrà morire di nuovo all'alba, che vedrà domani una me stessa sfacciatamente felice danzare ancora sul cadavere di me stessa del giorno prima. Ogni giorno più forte.
Sento le vibrazioni. Le sento. Le sento.
Sono vicina, lo sai? Un altro potere di Arianna. Potente questo, potente, sì. Perché non cominci ad usarlo? Tipo subito. Adesso. Senti. Vibra.

I miei fiori

Written by:Aryaqua
Published on March 4th, 2015 @ 00:48:21 , using 799 words, 177 views
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Ho le parole in testa che vogliono uscire.

Circolano e fluiscono, vorrei riversarle a fiumi attraverso i tasti, attraverso l'inchiostro (bello l'inchiostro... così vivo e vero, così concreto, anche se il mio resta incompreso). Vorrei scrivere sempre, fissare i pensieri. Ho poco tempo per i ricordi, non voglio pensarli né riviverli, voglio solo essere qui ed ora, come un cane, sentire caldo e scoprirmi, sentire freddo e rivestirmi (ma aspettando un po') vorrei... Ho un'impellente smania di vivere ed esistere. Proprio ora che tutto sembra portarmi in direzione opposta.

Oggi Genova, così, deciso all'ultimo o poco dopo, non ho nemmeno fatto la fatica di portarmi una giacca. CD masterizzato qualche notte fa con canzoni misto tra sbregamudante quore infranto e maiomenefottoeseguosologliormoni, giro manopola finché il display non dice MAX (...Max? Gheeeeeee...) e ballo mi dimeno scuoto la testa ululo urlo. Ai 130 in autostrada. 
(lo so che sono pazza... ma non lo senti, il veleno, come scivola via quando la musica mi spacca le orecchie e mi rimbomba nella testa? Famalefabenefamale)

C'è una bimba di quattro anni che si sveglia al mattino col sole ed è felice, e pensa solo che vuole andare fuori a giocare nei prati, spiare gli animali, sdraiarsi nel morbido a guardare in su, il cielo.
C'è una donna di trentaquattro anni che si sveglia al mattino con la nebbia ed è triste, e pensa solo che vuole rimanere a letto a piangere, e lavarsi le ferite con le lacrime.
E ci sono giorni in cui la bambina e la donna si svegliano insieme, e se c'è il sole sono felice, e se c'è la nebbia mi ci nascondo per piangere, e con le lacrime calde mi scaldo il viso, e quando esce il sole mi sdraio nel morbido e guardo in su, il cielo, con il cuore gonfio di dolore e amore.
Il potere della bambina è quello di far nascere i fiori attorno a sé. Il potere della donna è quello di annaffiarli con le lacrime e curarli con la luce. Sono io che cammino in punta di piedi nel mondo, scalza per non far rumore, per non dar fastidio, per non spaventare. A volte vedo qualcosa, qualcuno, e provo timidamente ad avvicinarmi. Sto a distanza, ed i fiori nascono e sbocciano. Faccio un piccolo passo, e ancora i fiori nascono e sbocciano. Sono curiosa come un cucciolo di volpe uscito dalla tana, con occhi grandi e sinceri. Aspetto. Chi mi sta davanti si gira a guardarmi. Mi perdo un istante a guardare i suoi occhi, cerco il bambino, cerco la luce. Sento i fiori che sbocciano e crescono tutto attorno, ne sento il profumo. Poi, il tempo di un battito di palpebre, distolgo lo sguardo e vedo che i miei fiori sono strappati. Calpestati. Rovinati. E' sempre così. Sempre. Per me è difficile avvicinarmi, ma quando sono lì cerco di dare tutto ciò che ho. Ciò che ho ricevuto in cambio è sempre stato nero catrame. Veleno vischioso e appestante, un morbo orribile che ha intaccato i miei fiori, la mia luce, le mie forze.  Scappo via ferita e sporcata. Scappo e piango. Ed altri fiori nascono e sbocciano e profumano, là dove vado. Non posso proprio farne a meno, non posso smettere di farlo, io esisto e attorno e dentro sento boccioli che premono per uscire. Qualcuno li vede, qualcuno da lontano si volta a guardare, ma poi non succede mai niente, non arriva mai quel qualcuno che veda veramente il prato in cui esisto. 
Allora mi metto là, da sola, nel mezzo del nulla. E più forte rifiorisco, in mezzo ai miei fiori. 
Quando voglio farmi del male penso alla mia maledizione dell'eterna seconda. Arianna sei davvero in gamba. Un'ottima lavoratrice. Una bella persona. Cioè davvero, una fortuna aver incontrato una come te. Ma... Non c'è posto per te. Ah ma non dipende mica da me. No no, ordini superiori. E come sempre... felicissimi se trovi di meglio. Te lo meriti. 
Eccome, se me lo merito. E' la sensazione più frustrante che esista, quella di sentirsi sempre scartata. Mi ha portata qui, così, adesso. Ad accontentarmi, perché non merito di meglio. Mai la prima scelta di nessuno, tranne per quelli che comunque non mi meriterebbero, gente che calpesta i miei fiori, che mi avvelena.
Basta eh Ary... Basta. Sì fa male adesso, farà male ancora per un po'. No maccheccazzo, farà male sempre, ogni volta che ci penserai, e ci penserai. Quindi ora basta lasciarti calpestare. I fiori non smetteranno di sbocciare, ma non lasciare più avvicinare chiunque, non ti avvicinare a chiunque. Non buttarti via, anche se i fiori nascono gratis. 
Forse quel che cerco è molto diverso da quel che credo di dover cercare. Ho troppe domande. Ho troppi pensieri. Io invece voglio solo vivere tra i miei fiori.

Primavera

Written by:Aryaqua
Published on March 3rd, 2015 @ 11:00:51 , using 505 words, 115 views
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Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.


Sì, sto migliorando. Alla fine del secondo ciclo, 5 anni fa, ero praticamente in stato di coma vegetativo. Ad oggi, situazione paurosamente analoga, sto sdraiata scalza nel sole e nel fango a sussurrare all'erba di crescere e ai fiori di sbocciare. Sposto le nuvole e la nebbia, inondo il mondo di luce. La vita è un telo grigio dove lancio con violenza secchiate di colore. E' un macello. Mi sporco. Mi sporco di colori. Ed ho sempre le zampe sporche di sangue scuro, che scivola via assieme al veleno. Il mondo è un luogo troppo meraviglioso per rimanere invischiati in una pozzanghera di pece. E' stupido morire così. 
Sto seduta poco più in qua della linea dell'orizzonte. Ed è il tramonto. 
Ieri notte un orso mi ha detto solo: RANE. Come ma... adesso? Lì da te? Sì. E' arrivata. Lo sapevo. Lo sentivo. Tutti lo sanno ed io danzo nel sole.
Lo sapevo anch'io, da almeno 4 giorni ormai, ma poco fa ho aperto la porta per uscire e mi ha investito in pieno con la sua luce abbagliante. Lasciandomi intontita e stupita sulla soglia, col buio alle spalle, col freddo dietro di me e Dharma, la mia parte candida e pelosa di anima, che mi tira avanti, nei campi e nel fango. 
Tanto ti ho cercato. Ho pianto, ho aspettato, ho avuto freddo, ne ho ancora. Ho avuto paura. Ma poi tu, tu mi hai trovata. Sei arrivata all'improvviso e mi hai paralizzata un istante lì nel mio angolo freddo e muffito, a guardarti mentre raccoglievi e strappavi brandelli della mia anima a pezzi, raccoglievi sassi e schegge di vetro di sogni infranti, li mescolavi al fango, ai fili d'erba, a due boccioli ancora chiusi, raccoglievi e strappavi e polverizzavi senza pietà. Per poi spargere tutto attorno a me. Strana polvere cangiante dal sapore metallico e ferruginoso del sangue, spargi e mi risveglio, spargi ed esco dalla tana, e non è il sole, sono io che illumino, che estrapolo i petali dai boccioli, che richiamo i germani e le gazze che fanno il nido, che faccio cantare le rane.
Null'altro conta adesso, se non una giacca d'improvviso divenuta troppo pesante e calda, sporca di zampate fangose, stivali troppo chiusi, coperti di terra, Un'Arianna troppo vestita di abiti di cenere che si scrolla di dosso ad ogni passo, sorridendo al primo alito di vento che mi lascia così, viva e vera, nel sole, e nella primavera.

Non posso aspettare, davvero, non posso più. Dicono che "se sotto il cielo c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi". Ma io non posso, non devo stare qui. L'unica che aspetto è lei, lei che c'è sempre. Lei che non tradisce, lei che arriva. Devo spostarmi, devo andare. Quel qualcosa di speciale magari passerà mentre me ne sono appena andata, mentre sono un metro più in là, non lo so. L'ho detto. Se è speciale, se lo è davvero, mi troverà. Come la primavera.

1 marzo

Written by:Aryaqua
Published on March 1st, 2015 @ 19:24:17 , using 1057 words, 306 views
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Ho visto la gazza posarsi proprio in cima al grande pino, il primo della fila all'ingresso del cimitero. Aveva un rametto nel becco. Sta facendo il nido.

E' una cosa così semplice... Prendi il tuo rametto Arianna, cercati il pino più bello e più alto, costruisciti il tuo nido. E' ora. Lo sai.

“It's not true that you fall in love only once in your life. But it is true that you only fall in love a certain way, with a certain absoluteness, once.” —David Gilmour

Uffff lo so. Lo so. Lasciatemi contemplare ancora per un po' il mio bel castello di carte miseramente sfatto sul pavimento. Ne avevo bisogno, davvero. Non di questo triste gelo dopo. Ma di tutto quel che c'è stato prima. Ma... esisterà davvero?
Giorni fa al telefono questa domanda: "Ma c'è mai stato qualcuno che ti abbia davvero stupita, che abbia fatto quel qualcosa di speciale, di straordinario, per te?"
Mumble mumble. Ci ho pensato un po', seduta a gambe incrociate al centro del lettone, piegandomi in avanti fino a toccare il letto con la testa, appallottolandomi e rollando. Mumble mumble. SI'!! C'è stato. Uno sei stato tu, che mi hai portato in luoghi talmente belli che li ripenso come irreali, mi hai lasciata lì e sei stato a guardarmi mentre timorosamente ritrovavo qualcosa di me stessa, quando ne ho avuto davvero bisogno. E poi è successo un'altra volta. Di qualcuno che ha fatto millemila chilometri solo per venire a conoscermi. E guarda caso, con nessuno ho avuto una storia, o un'avventura che dir si voglia. E io penso che invece cose folli, gesti assurdi, ne ho fatti, ne faccio e ne farò altri. Perché quando mi innamoro mi basta un attimo per distruggere tutto ciò che ho attorno per spiccare il volo verso il luogo dove voglio andare. E, puntualmente, mi schianto. SBAM!
Sì ma è perché io sono io. A 'sto giro mi sono ancora ancora tenuta, perché comunque ci sono state un paio di occasioni in cui mi sono dovuta inchiodare alla sedia per non fiondarmi in macchina e fare chilometri su chilometri ai mille all'ora solo per capitargli lì sotto casa e dirgli "ciao". Anzi, "chhngh-o", che le vocali scarseggiano, anche adesso. 
A stare a guardare si potrebbe anche scambiare per stalking... invece no, è Ary in love, patetica. Ma stupefacente. Nel senso che mi piace stupire e sorprendere, del resto... cosa non si farebbe, per amore? E mi piacerebbe che qualcuno un giorno facesse qualcosa così, per me. Ma ormai mi sono convinta che questo non accadrà mai, perché io sono io, e il resto del mondo appartiene ad un'altra specie evidentemente.
Ed è qui che sbaglio. Perché finché cercherò tra gli umani mi troverò sempre nello stesso loop di cui parlo da giorni. Perché se esiste, da qualche parte, qualcuno di speciale, dovrà dimostrarlo sorprendendomi così, come io vorrei sorprendere la persona che amo. Se esiste qualcuno che riesce a sentire come sento io sarà normale che agisca anche come agisco io. Basta con l'accontentarsi, Arianna. Cos'è che ti ha dato? Qualche goccia di miele in punta di lingua? Come i fiori recisi. Bellissimi, come vedere una bella ragazza morta. Cambiare l'acqua ogni tanto, per ravvivare, per prolungare l'agonia, ma inevitabilmente si arriva allo sfiorire dell'anima. Alla marcescenza. 

Il mondo è un posto grigio, triste, a volte orribile. Se non lo sai guardare. Citazione facebookhiana di ieri notte: "E' la gente che fa tristi i luoghi" - Italo Svevo.
Mia postilla: "Per questo in luoghi tristi e spenti io, sola, riesco ancora a trovare del bello. Del buono. Ad estrapolare luce e felicità. Il luogo che vivo io è felice, quale esso sia".
Usciamo nel grigio, io e Monkia, Monkia e me, e facciamo uscire il sole. Cioè che prima non c'era, poi c'è. Un raggio, un minuto, una vampata di calore improvviso, e noi siamo lì a coglierlo. 
Scrivo male, me ne rendo conto. Eppure quando sono fuori nei campi le idee ed i pensieri fluiscono liberi, penso in continuazione, penso quasi esclusivamente cose belle, perché per me vivere è bello, e quando sono là io vivo. Poi arrivo qua. E' un angolo buio della cucina, dove ho il PC. L'unico angolo di cose mie, libri, fogli, vestiti buttati a casaccio, foto dei miei cani, gatti, lupi, cianfrusaglie, lo specchio di un animo disordinato e impolverato, dove compaiono le prime tracce di muffa. Da qui i pensieri fanno fatica, più fatica, a fluire. Mi si bloccano nelle dita e non escono, o escono in parte, si fissa il ricordo del pensiero che ho cercato di vivere intensamente nel momento in cui è nato, che ero là fuori. Non è solo il buio e l'angolo. E' tutto questo in cui sono immersa, che non va bene. Credo di non poterne uscire perché ci sto dentro. Quando mi allontano da qui il mondo riprende a respirare. Per questo da domani cercherò di fare qualche lavoretto (mistery client) e qualche viaggetto qua e là, perché se resto qui ferma anche per una sola settimana so che potrei morire. L'imperativo adesso è: circondarmi di cose e persone che mi facciano stare bene. E via! Seguito a smaronare i miei buoni amici.
Ora sembra che stia per arrivare un temporale. Di certo c'è che sta arrivando la primavera.
Ed ho bisogno di coraggio. Di tanto, tanto coraggio e forza per fare quel che devo. Sano egoismo. 

La vita che mi circonda è malata e mi dà goccine di miele sulla lingua per mantenermi in vita, agonizzante, mi tiene qui nel nulla e mi fa promesse mendaci.
La vita di Arianna invece è là fuori, persa nel vento gelido che scompiglia i capelli (quanti capelli!) come lunghi fili d'erba secca in finir d'inverno, è nello sforzo inimmaginabile dei boccioli sui cespugli, che premono per sbocciare, per esistere, per fiorire. Premo anch'io per uscire, per esistere, per fiorire. Il sole tiepido mi chiama fuori. Mi cinge i fianchi, mi abbraccia, mi scalda, mi accarezza il viso, mi asciuga le lacrime e le ferite, mi fa bastare da me. Il fango, l'erba, i rovi e i non ti scordar di me. Un cane che è il candido e peloso prolungamento della mia anima. 
Sì la mia anima è a pezzi, a brandelli. Ma è così che la spargo tutto attorno e illumino. Illumino. Illumino.

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