Stasera lucciole

Written by:Aryaqua
Published on May 24th, 2015 @ 23:28:33 , using 546 words, 13 views
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Le lucciole. Sì. Lucciole.
Stasera sono tante. Ho provato a fare un filmatino... Ma ce lo vedi, un filmato alle lucciole? Mah. Sono là fuori, sono qui dietro, sono già tante, stanotte. Ce n'era una che volava bassa. Mi sono accucciata. Si è avvicinata. Ha volato verso di me, ha indugiato attorno al mio viso. Si è posata sul mio ginocchio. La guardavo ammaliata dalla sua fioca luce. Poi è volata via, verso il fosso, verso l'oscurità.
E di nuovo stavo lì, sola, seduta scalza sull'asfalto tiepido a guardare questo spettacolo di bagliori levarsi dalle ombre morenti dei papaveri. Dharma si è avvicinata, si è seduta al mio fianco, mi si è appoggiata pesantemente addosso, a farmi sentire la sua presenza, unica àncora rimastami, unico scoglio a cui mi aggrappo mentre un oceano di insensatezza in burrasca cerca di strapparmi all'ultimo brandello del reale.
La falce di luna velata. Tra una nuvola e l'altra Giove brilla di luce liquida. Vorrei far scoppiare tutti i lampioni della via per immergermi nel buio ad ammirare solo il loro splendere. Gli astri. E le lucciole.
Guardiane della notte e dell'estate. Sentinelle alle porte dei sentimenti.

Vorrei essere lasciata in pace, lasciata sola. Mi è stato difficile arrivare fin qui, ogni giorno è difficile. Mi è difficile essere muro, essere quel che devo.
[che devo a me stessa]

Scrivo le cose spinta da sensazioni. Non penso. Scrivo. Ho scritto giovedì. Di morte. Che la sentivo. Che la vedevo. Ed era una sensazione reale. Come la notizia dell'indomani, quando ho saputo che quella sera, la sera in cui ho scritto, era mancato un amico. Poco più di un conoscente per me a dire il vero, ma delle volte bastano pochi attimi per stabilire un contatto. Per farci percepire qualcuno come importante, o per lo meno degno di attenzione. Ecco. Una brava persona. Partito così, all'improvviso, senza motivo. O per lo meno così è fino all'autopsia. Ma non importano i dettagli, è il vuoto che si sente adesso. Ho sentito la morte. Ed ora sento il freddo del vuoto che lascia una persona. Lo sento in me che lo conoscevo poco. E lo sento, prepotente, in chi invece lo conosceva bene. E mi faccio carico di questo.
E mi faccio del male di questo.

Non posso farne a meno.

Stringo forte Dharma e affondo la faccia nel suo pelo bianco sporco e penso che solo il suo calore mi tiene al di qua. Ultimo flebile sospiro che mi impedisce di scivolare nella follia totale.
La chiamo amore mio. Le dico ti amo. Ne ho bisogno, di dirlo. Lo dico a lei, che è vero.
Guardo le lucciole stando appoggiata alla sua schiena morbida e calda. Guardo queste creature danzare nella notte e penso, vorrei tanto che tu fossi qui con me per vederle. Vorrei tanto sentirti sussultare di meraviglia, della mia stessa meraviglia, nel vedere questa luce.
Vorrei tanto che tu esistessi.
E di nuovo sono lì, sola. Appoggiata, abbandonata contro la schiena morbida e calda di un cane che altri non è se non il prolungamento della mia stessa anima, un'anima candida sporcata dalla polvere e dall'asfalto, un'anima sofferente che si trascina ormai a fatica tra le carcasse di un'esistenza inutile, un'anima che aspetta la pioggia calda della fine di maggio per mondarsi e rifiorire ed esplodere ancora.

Vomito inchiostro

Written by:Aryaqua
Published on May 20th, 2015 @ 23:43:44 , using 1255 words, 134 views
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Vai a portare fuori Dharma. Vai adesso che si sta mettendo brutto e rischi. No davvero, dicevo che rischi, non tanto la pioggia, ma la grandine.
E se lo dice lui... Beh tanto è ora.
E ho elettricità addosso. E rabbia dentro rabbia dentro rabbia dentro.
Fatemi uscireeeeeee!!!!
Da quattro giorni al posto dell'imbocco alla stradina di campagna in cui mi perdevo quotidianamente per i campi e i fanghi c'è un fossato. Nulla che superscalzary non possa superare abilmente, ma convincere Monchia a guadare il fosso o addirittura a TOCCARE ACQUA la vedo come mission impossible. Quindi ho perennemente i sandali addosso, salvo brevi tratti asfaltati tristissimi, ma devo pur fare qualcosa. Sto impazzendo. Mi hanno tolto un polmone e mezzo così. Non so più che fare. Per cambiare giro due sere fa sono andata verso l'Iper, c'è un micio morto a lato della statale. E' lì da giorni. Non è bello passarci accanto. No. No.
(Ary non vuole Ary non riesce. Ary non sopporta più niente)

Ed il cielo fuori è mio.
Il cielo qui è vasto. Immenso. E sono sicura che in pochi riescono a guardarlo come faccio io. Perché fa paura. Inquieta.
Il cielo di adesso è un cielo di morte. Ma proprio di morte vera, materiale, non delle varie morti e rinascite che mi vedono ormai esperta, stanotte vedo il colore nero della fine della vita, della fine totale.
E l'elettricità mi scorre su tutta la pelle. Fa freddo. Sgancio Dharma e inizio a saltare con moto browniano, come una particella impazzita e apparentemente insensata.
Vieni grandine, se devi venire.
Lo spazio è aperto là dietro. Solo le rotaie e i campi al di là, solo il cielo fino alla fine del mondo. Ed io vedo nuvole immense e madide d'orrore venirmi incontro. Sento scivolare via dagli angoli degli occhi lacrime nere di veleno. Vedo piovere serpi.
Sarebbe stato bello sì, continuare a parlare di farfalle e unicorni, di creature di luce e di energia bianca. Ma qui dentro, al di là del regno di Terabithia, là dove sono regina indiscussa delle creature scalze e libere, al di qua, dietro i capannoni della zona industriale, vicino all'altro fosso dove non scorre acqua, ma immondizia, dove ci sono zone transennate per pericolo amianto, lì c'è la parte di me più sporca e oscura, quella che brama il dolore, quella che chiama la paura più nera, quella che parla solo di morte e di odio.
La parte che devo imparare a controllare, non ad ignorare.
Stanotte straborda, spacca gli argini, imbratta tutto come una marea nera, come un blob pestilenziale, mortale, dall'odore acre che taglia la gola, devasta, copre, inghiotte, ed io con un cappio al collo che mi lega a un macigno con cui sprofondo nell'abisso, sempre più giù, sempre più oscuro, sempre più nero. Sempre più morte.
Io abbraccio quel macigno. Perché con esso posso esplorare le profondità dell'assurdo, dello sbagliato, dell'anti-vita.
Sono un'antitesi vivente (morente!).
Voglio solo buttare via tutto questo schifo.
Faccio cose orribili. Dico cose orribili. Penso cosa orribili.
Ieri ho coccolato un cane con un tumore che gli aveva deformato la testa. L'immagine di questa creatura deforme mi devasta di tenerezza e dolore e paura. Affondo la faccia nel pelo sporco di Dharma e la trovo la cosa più dolce del mondo. Niente ha più un senso, tranne lei.ù
- la mia àncora al piano del reale! -
Oggi ho comprato il mio pranzo, 6 pesche. Dovevo lavarle. Ho pensato, ma sì, vado là dietro, là dove pascolavo Aedan, là dove si vede il terrazzo di casa nostra (casa di chi? nostra dove? cos'è rimasto? cos'è cambiato? tutto tragicamente uguale, e diverso) e lo sapevo dove stavo andando, ma forse spinta dal desiderio di immobilità dell'orrore, mi sono ritrovata seduta su un muretto di fianco a una porta verde scrostata e metallica con disegnata una svastica sbiadita e la scritta "camera della morte", che è lì da almeno otto anni, e mangiavo pesche sbrodolando, e guardavo i miei piedi nelle scarpe e il succo appiccicoso che gocciolava a terra, giù, sulle cartacce, sui fazzoletti sporchi di sangue ed escrementi, tra le siringhe e le boccette rotte di metadone, ed ho pensato, ma Ary, perché qui? Devi dimostrare qualcosa a qualcuno? E a chi? A parte che non ti vede nessuno (e chi mi legge può sempre pensare che sia una cosa totalmente inventata), ma a cosa serve sottoporsi a questo? E' un test per scoprire se riesci a mangiare senza vomitare nonostante l'odore di fluidi umani? Ma perché?
Non lo so. L'ho fatto e basta. Forse ero semplicemente troppo stanca per cercarmi un altro posto, e anche le siringhe andavano bene a quel punto.
Ary guarda fin dove può arrivare lo schifo. E va oltre (di più di più!!)

Sono solo una fottuta masochista. E vivo in un mondo di copertine e spero di trovarci un libro, prima o poi. E ci provo sempre. E sbaglio sempre, a provarci. Non tanto ad innamorarmi di persone vuote, ma a lasciare che queste persone mi trattino come una di loro. Che mi prendano e mi usino e mi straccino un po' per poi buttarmi via, come se avessero preso in mano un libro, decidendo però di non leggerlo, di non aprirlo, di non sfogliarlo neppure, dopo aver appena appena dato un'occhiata distratta alla mia copertina. Ed io non sono copertina. Io sono un libro. Sono fatta di poesia e di tragedia, scritta in lingue antiche e incomprensibili, a volte invece sono stampata in alfabeto maiuscolo a caratteri grandi, come se dovessero (potessero) leggermi i bambini di prima elementare, sono stampata a spartito picchiettato di piccole note nere e bianche, perché a volte la poesia si accompagna alla musica, ho pagine tutte bianche, pagine tutte nere, pagine scarabocchiate distrattamente, pagine scritte a caratteri piccoli, in corsivo fitto fitto di penna stilografica a punta fine.
Perché nessuno vuole leggermi?
Basta grattare un po' che sotto quella copertina non trovo più altro.
Sono. Stufa. Di gente. Vuota.
Prendo il mio treno all'alba e arrivo là. Faccio il mio lavoro. Quello che mi piace, sì, mi piace davvero. Ieri ho fatto le coccole a un cane con un tumore. Le ho detto "Sei bellissima", e l'ho pensato davvero. Oggi mi ha aperto una ragazza di 40 anni. Una gatta persiana, un gatto scottish e una tricolore di 55 giorni che è andata lei stessa a recuperare da qualche parte nelle campagne romane nella mezza giornata libera tra un turno e l'altro del supermercato. Non può avere figli. Ama i suoi gatti. E' diabetica da quando ha 7 anni e si ricorda il reparto di auxologia del Gaslini come se ci fosse stata ieri. E i bambini che morivano soffocati 30 anni fa. Abbiamo bevuto il caffè vomitandoci addosso reciprocamente dolore e angoscia, salvo trovarci comunque sorridenti nel salutarci, come ad aver rivisto una cara amica dopo tanto tempo.
Arianna è anche questo. E gli esseri umani, a volte, sono anche questo. Gatti e cani sono sempre un ottimo tramite per scoprirci e trovarci. Anche se poi tutto nasce e muore in un sorso di caffè.

Ho come la sensazione di essere finita talmente tanto in fondo a quel pozzo nero da aver perso totalmente il senso delle cose.
Ho pensato che sarei potuta morire poco fa lì fuori, magari colpita da un fulmine. E pensavo, chissà dove mi seppelliranno. Non certo a Tortona. E Rovereto? Dio no, che schifo. Ma allora dove?
Dove sei Ary? Dove?
Non lo so. Non lo so più. Io domani alle 6.30 mi sveglio. Esco con Dharma. Guardiamo il sole sorgere, o lo cerchiamo dietro le nuvole. E poi prendo il treno e vado.
Prima o poi mi ritroverò.

A parte me

Written by:Aryaqua
Published on May 18th, 2015 @ 21:28:37 , using 694 words, 108 views
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Cosa posso scrivere che ho appena cominciato??
Sì beh, si fa per dire, è qualche anno ormai che faccio questo lavoro. Eppure è qualcosa che a me sembra sempre nuovo.
In un eccesso di ispirazione romantica mi sono fatta assegnare Voltri. Cioè. Voltri. Circa mezz'ora in più di treno (e ovviamente costi più alti), eppure per un attimo mi è piaciuta l'idea di tornare lì dove ho vissuto per 4 anni. A leggere i contatori. O forse ho fatto una cazzata pazzesca? Beh ormai... Stamattina prendo il mio treno e parto. Distratta, un po' assonnata, un po' preoccupata (saprò usare la nuova applicazione? bambina nerd che teme cose così, ma per piacere!) e le stazioni si susseguono, e arrivo al binario 1 tronco. Quello dove sono scesa ieri, no? O al massimo un paio di giorni fa. Gli scalini di marmo, il terzo è incrinato, sì. Il sole il vento il calore di maggio e la rotonda, il bus n.1 VIA CAMOZZINI in led arancioni. E il condominio lì davanti. Che gran culo abitare a 30 secondi dalla stazione (eppure quante corse ugualmente!!). Qualcosa è cambiato, ma non poi così tanto. Non conoscevo nessuno prima e non conosco nessuno nemmeno adesso. Ho vagato per circa 6 ore attaccando avvisi sui portoni prima di prendere il treno per rientrare. E tutto è andato bene.
La vita, sta andando bene.
A parte me.
Io mi dico che sono felice, ma la mia amica mi dice che non sembra. Che non posso odiare l'umanità ed essere felice. Posso avere momenti di felicità, ma non avere una vita felice, se non riesco ad accettare gli altri. In effetti. Spiego. Sono arrivata al punto che le persone mi schifano. Tutte, nessuna esclusa. Sopporto pochissimo, alcuni, pochi eletti invece sono ben accetti, ma comunque non so quanto riuscirei a reggere. Sto disimparando completamente come si gestiscono le relazioni sociali. Sempre ammesso che io l'abbia mai veramente imparato. Sto incollata ai social tutto il giorno sperando che appaia qualcuno online a cui dire ciao. Salvo poi ritrovarmi a pensare che odio i social. E se di punto in bianco non esistessero più? Sarei sola. Davvero sola. Di quella solitudine che dico di bramare. Ma saprei davvero gestirla? Una cosa è comunque certa, devo disintossicarmi da internet. Spegnere il telefono, spegnere il wi-fi. ricominciare a scrivere con la penna.
Non mi stufo mai di parlare d'amore. Però sono stufa di me che non mi stufo mai di parlare d'amore. Di quello che mi è negato. E' un continuo piangermi addosso. Un continuo fissarmi su qualcuno, e cosa diavolo è tutto questo bisogno? Pensa un po', mi sono stancata anche di scopare. E di fare Qwan Ki Do. E di scrivere online cazzate in cui mi autocommisero.
Sai cos'è la verità... io mi chiedo perché mi vada sempre male in amore, sempre. Secondo me va male un po' a tutti. Non a tuttissimi, questo è certo, ma guardandomi attorno, veramente, vedo ben poco amore tra le persone. La gente sta assieme per convenzione nell' 80% dei casi, ed è una stima ottimistica. Conosco tuttavia alcune coppie in cui è evidente il contrario, ma suppongo perché comunque, essendo io una persona di una certa profondità, mi trovo ovviamente a gravitare e far gravitare attorno persone a me simili, per lo meno per quel che riguarda certi aspetti della vita. Io sto pensando sempre più intensamente di andarmene, di lasciarlo... e lui mi chiede se voglio che facciamo un figlio. E ci scommetto l'anima che accade spesso così, e che, sempre per prassi, una donna a un certo punto si trovi a dire sì.
Che. Schifo.
Da sola. Io. Sola.
Sono una brutta persona? Può essere, non voglio neanche più essere considerata una persona.
Per ora mi godo il lavoro. Firmo il mio contratto e vedo che mi dice. Vedo cosa mi sento di fare. Vedo come evolve il mio pensiero. E intanto cerco. Che sia davvero la solitudine che mi serve? Del resto meglio una vita libera e sola, che un agonizzare in prigionia, o un continuo inseguire chi mi ferisce e mi usa e basta.
Cari umani, andate a fare in culo e lasciatemi in pace.

Mi sento come un albergo vuoto.

Vento forte

Written by:Aryaqua
Published on May 16th, 2015 @ 21:39:16 , using 1147 words, 78 views
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Soffia il vento.
Il vento ha soffiato forte per giorni.
E stavo immersa nella cambianza, e sentivo sulla pelle il sole e il freddo e la pioggia e l'acqua e la polvere.
Ho quasi sempre turni al mattino, 7-11. Durante la settimana finisco puntuale, così ho fatto un calcolo mentale... Dopo un paio di giorni di tempo incerto finalmente giovedì il sole. Un vento spaventoso, ma sole. Dopo lavoro sono salita in macchina. E non sono tornata a Tortona.
Ho attraversato città e paesi che conosco bene, campi di granturco che cresce, campi d'erba medica, papaveri ovunque ai lati, lungo i fossi, Caparezza a volume assurdo che mi fa ridere e sgolare. E poi sono arrivata in quel posto che sento mio.
Persi.
Nemmeno una macchina lì dove c'è l'accesso all'area attrezzata e alla lunga scalinata che scende al fiume. Anzi, accesso vietato. Tutto sbarrato con tanto di rete arancione e ordinanza comunale. Che dice che non si può andare nell'area pic-nic. Ma io mica faccio il pic-nic, io devo andare giù, al fiume!
Una canottierina rosa shocking, gonna di jeans da zingara, sandali. Solo io ed il Borbera, quel luogo che adoro anche se purtroppo d'estate è infestato di gente chiassosa, in quel momento solo SOLO mio, solo io e null'altro. A parte questo vento fortissimo che mi fa subito pensare che non avrei potuto fare il bagno. Sole caldo, ma troppo freddo fuori. E poi metti che mi sento male, o che scivolo e mi trascina giù, che fine di merda, morire così come una stronza anche no eh! Però due cose le posso fare. Togliermi tutti i vestiti e costruire una diga. Come facevo da piccola nel Leno.
In realtà non ho ancora iniziato a fare nulla, a parte forse spogliarmi, che distrattamente guardo il cellulare. Chiamate perse. No.
No.
Adesso NO. (ti prego!)
Chiedevo non più di un paio d'ore di nulla, di vuoto totale, di AriannaSoloIoNellUniversoEnelSole, non posso pensare adesso, non me la sento, non sono pronta, non proprio ADESSO! E invece è così. Lo so. Lo sapevo.
La verità è questa. Lo sapevo già. Altrimenti perché, non più tardi di due settimane fa, ho comprato l'ennesimo scalpelletto per scardinare tombini? E non fosse vero, che quando mi hanno chiamata per l'autogrill non mi è venuto il pensiero chiarissimo nella mente che diceva: "Che strano. Ero convinta che sarei tornata a fare la letturista, non la barista". E adesso?
Adesso qualunque cosa può aspettare. La realtà degli umani è a diversi tornanti di distanza, e nessuno mi disturberà. Quindi mi spoglio nuda. E costruisco la mia diga. Poi mi fermo e mi sdraio a prendere il sole. Poi ancora diga. Poi sole. Sempre ventaccio terribile, mi dispiace non poter fare il bagno, ma riesco comunque a rasserenarmi. Due ore di acqua e sassi e sole. Ora posso.
Cominciamo con quella meno impegnativa, la prima chiamata persa è sua. L'ex collega "scrutatrice di foto di contatori" e amica. Così vedo cosa aspettarmi prima di passare alla chiamata due, il grande capo.
Chiamo. Dai, sentiamo. Cinque infortunati... su Genova. E te pareva, eccheccazzo, tappabuchi no. Lavoro adesso, e da una settimana oggi. Mi racconta un po'. Facciamo due conti a naso, e pare che ci sia una prospettiva seria. Pare. Pare. Mh. Penserò ancora un pochino. Comunque ci vediamo domani, per le buste paga.
Resto ancora un po' lì, a guardare il Borbera. Durante la telefonata stavo ferma sull'asciugamano (con la testa infilata nella gonna, così da schermarmi dal vento per riuscire a parlare e sentire) e mi sono praticamente ustionata la schiena. Chiacchierato molto. Ho bisogno di non pensare. Così mi alzo. E rido. Da sola, al Borbera lì a due metri da me. Barcollando arrivo (ho un dolore terribile all'avampiede destro dal giorno prima, non so cosa sia) e di nuovo puccio i piedi in acqua. La corrente è forte. Il vento di più. Ma adesso rido. E ho caldo. E vaffanculo. Mi ci butto.
SPLASH!
(non morirò certo oggi, qui così, in un luogo così bello, in un istante di felicità pura e semplice)
Quando ho accumulato abbastanza sole e fiume e faticaperavercostruitoladiga pian piano mi avvio verso la civiltà degli uomini. Ma quel posto è davvero mio e io lo amo alla follia.
Pian piano i pensieri affollano la testa. Come le prime case che sbucano da dietro i tornanti. I paesi. E le città. La città, grigia e pesante.
Arianna è asperger e i bambini asperger hanno paura di telefonare. Ho sempre avuto paura di telefonare. Ho sempre paura di sentire che qualcuno ha in mano le sorti del mio destino, e non voglio sentire, non voglio cambiare.
Preferisco sopravvivere in un luogo completamente sbagliato, con persone assolutamente inadatte a starmi accanto, che mi stanno distruggendo, perché da bambina asperger ho paura di mettere in discussione le cose!
Comunque chiamo, e c'è la segreteria. Richiamerà lui. Mi preparo ed esco con Monkia nei campi. Di colpo sento l'energia salire. Sono stanca ma sento l'impulso assurdo di correre. E corro, faccio uno scatto in avanti assurdo improvviso. Rallento. E squilla il cellulare.
...pensaci. Poi domani mi fai sapere.
E devo assolutamente chiamare la mia ristretta cerchia di intimi amici personali, perché da sola proprio non riesco. ma sì che riesco. Solo... boh, voglio sentirmi dire quel che penso e che so già. Credo.
Ma quando c'è così tanto in ballo nessuna risposta mi appaga davvero. Sono troppo abituata a fare la scelta sbagliata. Anche se adesso ho qualcosa in più, a cui non avevo pensato davvero.
"Che cosa dicono i tuoi piedi?"
Hanno già deciso.
Hanno già deciso un sacco di cose oltre a questa.
Oggi mi sono alzata con la pioggia e sono uscita dal lavoro col sole. Domani sarà il mio ultimo giorno in autogrill. A malincuore. Ma devo pensare a me. E ieri quando chiacchieravo davanti ad un caffè in compagnia della tra poco di nuovo collega, nello smanettare con le applicazioni dello smartphone, nel parlare di tombini e codici, nel pensare ai "miei" vecchi giri nei paesi, e a quelli nuovi... Mi sono esaltata.
Ma come mai un lavoro del genere mi piace così tanto? Perché è ciò che immagino vicino a me. Perché mi consente di essere me tutto il tempo. E per un miliardo di altri motivi che non so spiegare.
E guardavo il cielo gonfio e plumbeo l'altra notte. Bagliori in lontananza. Poi, improvviso, il fulmine. Pensavo. Al mattino, il cielo terso, il primo sole sbuca arancione dai campi, e poco dopo irradia. Quando invece c'è nebbia tutto viene ovattato. I tramonti sereni incendiano il cielo. Ma la notte di tempesta è qualcosa di diverso. Sopra di me c'è il nero assoluto. E la luce dei fulmini spacca il cielo. Sono spaccature di energia. L'aria si carica. E il tempo cambia.
E la vita cambia.

Ci siamo, adesso, Arianna?
Mi è venuta un'idea. Di una cosa, una soluzione, un motivo, forse quello vero, davvero. Devo prendermi un anno sabbatico.
Dall'umanità.
(Ed impegnare tutta me stessa unicamente a fare una cosa. Esistere.)

Creature

Written by:Aryaqua
Published on May 12th, 2015 @ 22:38:21 , using 1787 words, 264 views
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Ho come la sensazione di essere incompleto
In completo disaccordo
col mondo
- Cit Caparezza -

Sono intrippatissima con questo nuovo CD. Del tipo "Devo assolutamente conoscere Michele Salvemini (in arte Caparezza). Per proporgli un incontro sessuale a scopo riproduttivo. No beh a dire la verità mi piacerebbe innamorarmi.
Di qualcuno più intelligente di me. Per una cazzo di volta. Magari è solo più colto, boooh! Ma mi piace l'idea di passare del tempo con qualcuno che mi parla di cose che non conosco, starlo ad ascoltare con la bocca aperta. Non sempre figa rutti calcio scopiamo? Gli opposti si attraggono per un cazzo proprio.
Scusate il mio parlar poco forbito di stasera. Di questo preciso istante. Devo fare pulizia mentale e sono stanca e sporca dentro. Devo scappare scappare scappare lontano.
Adesso ho un lavoro. Ary ha un lavoro!! Come è andata? Racconta su.
Giovedì sono andata al colloquio. Mi sono apparecchiata sufficientemente casual ma "Guarda pure quanto figa sono col jeans strappato (ma poco) e la maglietta bianca con ombelico de fora". 'Somma che il colloquio è stato alle 10.30 (hai la macchina? Ho visto che hai fatto poco di questo lavoro. Qui non esistono sabati e domeniche. Sei disposta a fare straordinari/turni/notti? Ok ciao. Tutto qui??? Mah) ore 11.00 mi chiama quello dell'agenzia: "Presentati di nuovo lì alle 14 a ritirare la divisa e poi passa qui a firmare il contratto". Basita.
Ven-sab-dom 7-11. Sulla carta. Perché ven ho fatto 7-15.45, sab 7-14, dom 7-14. Il primo giorno la responsabile dopo un paio di convenevoli ha iniziato a trattarmi come uno straccetto. Fino a domenica "Così non va - e io non so come era al Turchino ma qui c'è da correre - No. No. No. Ascolta. Questo proprio no. Tutte le schifezze che potevi fare le hai fatte". Ed altre amenità. Ricordo che ho fatto fatica anche al Turchino, ma all'epoca non ero mai arrivata alle lacrime. Certo, ho ancora un po' di dignità da non scoppiare a piangere in mezzo al bancone davanti a tutti, ma dentro di me mi sentivo soffocare dal sangue in gola per quanto stavo male. A 34 anni. A fare un lavoro duro, a sentirmi umiliata, sentirmi stupida e inutile, incapace, mai abbastanza veloce (fresca fresca dei 10 giorni di lodi pubbliche all'Outlet, così lontani, così distanti). Inadatta persino per fare questo, nonostante sia dal 2011 che cerco di tornare a lavorare in Autogrill, perché mi era piaciuto, davvero, quel lavoro, perché ricordavo qualcosa di bello e buono, pur avendo ben presente che razza di culo cubico ci si fa in quei posti. No. Lacrime agli occhi. E se per qualsiasi lavoro, anche il più insulso o denigrante, mi son sempre trovata a sorridere serena nonostante tutto, a 'sto giro invece mi sono sentita sprofondare sempre più sempre più sempre più. Tanto da pensare che nel contratto ho letto che se me ne vado entro tre giorni non ho obblighi di nessun tipo nei confronti dell'azienda. Salvo poi veder affiorare alla mente le parole del tizio dell'agenzia "E' stato il tuo ex capo a chiamare e a parlare di te... Ha detto che sei una ragazza in gamba, affidabile e gran lavoratrice. Ci tenevo che lo sapessi". Salvo poi pensare che io devo andare. Via. Di. Qua. Fa schifo Ary, ma devi. Sei abituata a cose ben peggiori. Sì lo so che volevi fare l'antropologa, ma adesso c'è questo, e se questo, schifo o no, ti porterà via da dove sei, via da dove stai morendo, bene, stringi i denti e sopporta, e resisti. Che sei forte, Scalzary.
Mi mettono in cucina e improvvisamente mi trovo nel mio regno. Otto anni passati dietro il lavandino dell'Albergo al Passo in compagnia di Alda la Calda (solo lì c'era la lavastoviglie con nome e volontà proprie), le padelle per me non hanno segreti. Che culo eh? Non so chi e come abbia lavorato in cucina prima di me, ma chiunque mi abbia vista lì negli ultimi due giorni ha fatto una faccia tipo "EEEEHHHHHH???" ed il commento è stato unanime: "Ma... HAI GIA' FINITOOOOO???" e io " Ehm... sì... ma oggi c'era poco... credo...". Ehhh no. Pare che lì dove sono a mio agio io sia davvero brava. Sì beh certo, brava a lavare piatti e padelle, o a sbarazzare tavoli e vassoi, a spazzare e mociare. "E allora perché ti vedo che ti agiti quando sei al banco?" perché odio gli umani. Odio tutta sta marmaglia di gente che pretende, che non dice grazie, che non saluta, che non ti vede e sbuffa e ti riversa addosso la propria frustrazione. Quando io ho già la mia, tanta, addosso. Poi in un momento di tranquillità, domenica, la responsabile mi tira da parte. "Ti sto così addosso perché vedo che hai le potenzialità. Se vai così bene di là in cucina puoi fare altrettanto bene qua. Questa è casa tua, sei tu che comandi e che gestisci tutto. Dai su, su, brio!".
Ehm.. eeee... ah. Dai Ary, dai. Basta piagnucolare.
Inutile dire che l'umore è notevolmente migliorato da lì in poi.

E la poesia? La poesia Ary la poesia! Sì ne ho tanta, troppa, e troppo poco tempo per scrivere (faccio sempre il turno delle 7 e ho la sveglia alle 5.50, come posso trovare la tranquillità per scrivere alla sera, che già tra le mura mi è sempre più difficile, con l'angoscia poi del tempo che corre e le ore di sonno che si assottigliano e la levataccia terribile che mi tende l'agguato laggiù...). Parlo di me in terza persona perché ho bisogno di descrivermi da fuori.
Arianna si sveglia all'alba e non mangia non pensa non parla, apre la porta a Dharma ed escono insieme sotto il cielo già chiaro. Alle soglie del regno di là spunta un sole rosso violaceo. Toglie gli occhiali e lo fissa. Sun gazing, mangiare il sole, una sun eater, come gli antichi inca. Niente scarpe. L'asfalto al mattino fa più male, non so perché, ho ancora i piedi addormentati. Poi si svegliano, arrivati nel prato, con l'erba morbida.
Ary prende la macchina e ascolta il CD nuovo di Caparezza. Così divertente e irriverente e intelligente. Penso che davvero, sì, mi piacerebbe incontrare qualcuno così con cui dividere qualche attimo del mio cammino. Un po' penso questo. Sento la numero 3 che parla di Van Gogh. In fissa coi girasoli. Io invece sono in fissa coi papaveri. Così rossi, vivi, effimeri. Uno stelo sottile, petali grandi e delicati. Sono un papavero strappato alla terra. Piegato, inerme, appassito, morto. Liquefatto come orologio di Dalì, La Persistenza della Memoria. Voglio tornare ad affondare le mie radici nella terra morbida e umida, voglio tornare a vivere. La mia vita è lì, giusto un metro più avanti. Allungo la mano per afferrarla, e mi mancano sempre quei 2-3 centimetri. Aspetto che sia il momento, mi dico, verrà il giorno, mi dico. E quel giorno non viene mai. Perché IO devo farlo venire. Penso ad una data ed è inutile. Non devo fissare date. Devo agire e basta.
Agisci. Punto. (mi dice)
Come sono diversa? Sono un'altra persona. O proprio un altro essere. Lo percepisco, e lo sentono gli altri, chi mi sta attorno, chi mi conosce. E tutti vedono cose diverse. Chi ha la presunzione di capirmi e si sbaglia dice che sono peggiorata. Che sono sempre più chiusa in me stessa. Sempre più lontana dalla realtà. (Sei nata donna, devi comunque esistere per quel che sei!). Chi mi conosce davvero, poco o tanto che sia, mi vede per quel che realmente sono ora. Crisalide. Che cerca di rompere il bozzolo. Ci sono crepe, ogni giorno di più. Da quelle crepe esce luce.
Il mondo si sgretola attorno a me. La realtà si curva e si piega, mi frana addosso.
Ieri nel campo, nel mezzo del nulla, io e Dharma sdraiate a guardare il cielo all'imbrunire. nessun vincolo, nessuna fretta, solo io e lei, solo io, e maggio attorno e dentro. Mi tiro su a sedere. Scrivo al mio amico orso che servirebbe del bosco. E' un attimo e sento un rumore vicino, improvviso, sento le vibrazioni dal terreno arido. E' una lepre, stupenda creatura che in qualche modo boh, non ci ha viste, e mi arriva a pochi metri. Si arresta di botto e scappa via. Ma tu pensa, che meraviglia, non se ne vedono mai da queste parti, ci sono solo quelle piccoline. Riporto l'accaduto al mio interlocutore. Passano alcuni minuti. Mi volto. E non posso credere a quel che vedo. La lepre è là. Matematicamente impossibile che non ci abbia viste stavolta. Avvio la registrazione video, ma tengo gli occhi fissi su di lei che si avvicina. Si avvicina. Si avvicina. Si alza sulle zampe, è una creatura splendida. Mi guarda. Guarda me. E si avvicina ancora. La contemplazione. Solo io e lei nell'universo. Si alza di nuovo sulle zampe posteriori, si pulisce il muso con le zampe anteriori. Fa ancora due saltelli verso di me. Mangia placida del fieno tagliato. Non so descrivere quel che ho provato. Forse una sensazione analoga a quella (purtroppo) recente di quando ho avuto un segno concreto e tangibile che il mio sentimento nei confronti di una persona fosse ricambiato. Una cosa che potrebbe suonare come la conferma dell'amore. Quella creatura era lì per me. E non ha avuto paura. E' entrata nella mia sfera, nella mia vita, per un attimo di eternità, Mi ha guardata e resa parte del suo mondo, dell'universo, di quella parte di realtà dove voglio esistere. Ecco, sì, se potessi descrivere la forma d'amore più pura e luminosa, quella forma è stata nostra ieri. Una creatura di luce che viene a dirmi che faccio parte di un mondo meraviglioso e luminoso, la prova concreta e lampante che sono stata accettata, che la mia presenza non disturba, che quello è il posto giusto dove mi è concesso di stare, dove le creature hanno piacere che io stia, dove non do loro fastidio, dove anzi loro stesse vengono a guardarmi, a farmi sentire che esisto, e che tutto ciò ha un senso.
Chissà, forse sono un papavero, o forse una lepre, o Alice che insegue la lepre fin nel profondo della sua tana. O forse, più probabilmente, quel brutto bacarozzo nero appoggiato lieve su una foglia di gelso dalle bacche ancora acerbe. Perché è caldo, sì, ma non ancora abbastanza. Perché quel bacarozzo inguardabile in una notte tiepida si leverà in volo, nei cespugli bassi, tra l'erba verde, attorno agli alberi, lontano dall'umanità distratta e addormentata. Quella creatura anonima accenderà la notte con bagliori bioluminescenti. Ed io sarò lì, con lei, sarò lei. Sarò la lucciola che danza irriverente su un mondo sopito, sarò luce per la lepre ed il riccio, sarò guida per caprioli e cinghiali. Sarò quel che sono per chi vorrà vedermi veramente.
(E lo so che ci sei, che ci sarai, con me)

Aria strana

Written by:Aryaqua
Published on May 7th, 2015 @ 00:47:03 , using 343 words, 358 views
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Aria surreale stasera. Conto le ore che mi separano dal colloquio.
Che vada bene, che vada male, ho paura. Perché?
Perché cambierà, ancora. Perché io amavo sollevare tombini. Già. Amavo.  Forse è proprio quello che ci vuole, invece, cambiare di nuovo, cambiare tutto. Ogni volta che vado,  ogni posto che vedo, ogni vita che rinnovo... va sempre a finire in un bordello micidiale.
C'è che mi ero già preparata, un po', ad un ipotetico futuro, di quelli più o meno plausibili. Tornare a fare il lavoro che mi piace, portarmi dietro la mia frutta, trovare la mia tana dove stare con i miei cani (...e gatti) e non vedere più nessuno - nessuno - nessuno. Sì buongiorno lettura contatori dell'acquaaaa -  grazie arrivederci. E fine dell'interazione sociale. Mah, sarei capace di fare casino anche così. Poco importa, è probabile che così non sarà.
Sarà come lo vorrò, quando mi deciderò a fare delle scelte. Che siano sensate, una volta tanto. Ma non sensate dal punto di vista degli umani, bensì dal punto di vista mio.
Ormai non sono più nella condizione di potermi permettere di fare la difficile. La priorità è trovare qualsiasi cosa, qualsiasi modo, qualsiasi appiglio, per scappare.
Tutta colpa di questo mio carattere di merda. Tutta colpa del sentirmi sempre in colpa.
Sì perché ovviamente adesso qui si è palesato un ambiente bucolico in cui io ballo e canto ritmi ibericolatinoamericani pulendo vetri in cima ad una scala e il coinquilino è improvvisamente tutto un baubaumiciomicio e orsetti del cuore. Tuttavia i balli in cima alle scale (o in autostrada ai 130) io li faccio sempre, tutta questa coccolosità della controparte invece erano secoli che non si palesava e mi sta destabilizzando. Anzi, sembra che l'intento sia proprio quello. Tratto dal libro "Tu mi ami ma non lo sai!" -  Dove l'ho già sentita questa? Oh ma basta... basta davvero!
Dove mi porterà domani? Qualunque cosa accada sarà la cosa che deve accadere.
Quindi basta pensare.
Basta avere paura. Basta essere così severa con me stessa.
Hai già patito abbastanza. Prendi il buono. Poi ci penserai.
Andrà bene.
Me lo merito.

Mutamento

Written by:Aryaqua
Published on May 6th, 2015 @ 01:09:05 , using 734 words, 151 views
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Ahahahahah non ce la faremo MAI!
Eppure cambia.
Cambia.
Cambia.
Era il 30 aprile. Quindi qualche giorno fa. Mi sono svegliata strana. In effetti è da allora che il sole latita. L'aria è densa. Quel mattino mi ha scritto il mio alter ego da un centinaio di chilometri di distanza, dicendomi che non aveva chiuso occhio. Che gli animali  avevano deciso di azzuffarsi fuori casa sua in piena notte (rane rospi cinghiali gatti). Mi ha detto di aver fatto un incubo terribile e violento. Io non ricordo cosa ho sognato. Non lo ricordo proprio. Poi d'improvviso invece mi viene in mente altro. Ho avuto una delle mie crisi. Mi sono svegliata tesa e rigida con quella sensazione opprimente addosso, che poi è lentamente scemata, e mi sono riaddormentata. Ma di un sonno agitato.
Siamo collegati mentalmente? Sei tu che mi hai svegliata? Oppure sono io che ho svegliato te?
Sì. Non chiedermi come, è così e basta.
Ho passeggiato nei campi sentendo la pressione su tutta me stessa. L'aria sembrava diversa. La luce era diversa. Gli animali erano diversi, sì. Ho avuto per lunghi minuti la sensazione che sarei potuta morire quel giorno, ho avuto paura.
Si muore spesso in verità. A volte si vive da morti. Io preferisco patire il dolore ogni volta, per ogni volta rinascere più forte a nuova vita.
Quel giorno nel mondo, ad un'occhiata distratta, non è cambiato un bel niente. Ma nel profondo io, lui, gli animali, l'aria, il sole velato, hanno sentito la mutazione iniziare.
E non è ancora terminata.
E' la terra che gira verso il caldo della tarda primavera.
E' dolore dolore dolore. Il dolore del germoglio che buca la terra e viene ferito da un raggio di sole, è lo sforzo della crisalide che lacera il bozzolo, la spinta dolorosa che schiude il bocciolo del fiore d'acacia, e che trasforma alberi anonimi in un tripudio di infiorescenze bianche e profumate, e vi passo sotto, e guardo in alto, e odoro il profumo melenso, e sento il ronzio di milioni di api, sento il rumore della terra che gira.
Dicevo (sempre a lui, che mi può capire anche quando parlo così come sto scrivendo adesso, di animali e luce e morte ed energia) che da molto tempo non mi succede di vedere animali grandi. Tante mini lepri, fagiani, picchi, ricci, addirittura una donnola giorni fa, ma di bestie più grandi solo le tracce alla pozza dell'acqua che sta seccando. Ieri notte mi sono attardata per finire di scrivere il mio precedente delirio. Da qualche tempo non faccio le ore piccole. Insomma esco, pochi metri, nel nulla di dove dimoro. Una macchina sulla statale, la vedo rallentare. Una figura si materializza sulla strada, senza affanno attraversa, sulle prime mi sembra un cane, un grosso cane. Parlo da sola, parlo a Dharma, parlo a lui. Ma... cos'è? Ohhh... Lui mi vede, mi guarda. E' un meraviglioso capriolo maschio. Corro. Corro da lui. E' nel parcheggio dietro il fabbricato di testa. Mi guarda di nuovo. Scompare nel buio.
Mi esplode il cuore.
Non ho paura di andare nel buio perché è nel buio che posso vedere le creature di luce. E tutte le creature hanno una luce. Mi nutro di questa luce, la assorbo senza rubarla, me ne carico e cerco di restituirla, ma gli animali si sa, sono esseri talmente puri che non abbisognano della luce dei poveri sciocchi umani.
Umani. In cui cerco la luce.
Per questo non guardo mai negli occhi. Perché non la trovo, non la trovo mai. A volte inganno me stessa perdendomi in uno sguardo e mi dico che sì, l'ho vista, la vedo proprio lì in fondo agli occhi, vedo qualcosa. E so cos'è. E' la mia luce, la luce di Arianna che si riflette come la luna piena nel fondo di un pozzo. In quel pozzo ci sono scesa tante volte. E non ci ho mai trovato la luna. Solo acque nere in cui mi sono sporcata. In cui sono morta.
Per questo non guardo le persone negli occhi. Ho paura di illudermi di nuovo. Ho paura di lasciarmi ferire, di nuovo.
Ho paura di innamorarmi di nuovo di me stessa sperando che sia qualcos'altro.
La terra gira e la porta è lì aperta.
Forse aspetto un altro animale. Aspetto il lupo. Aspetto quella creatura perfetta per me. E qualcosa però mi dice anche che se davvero esiste una creatura così, oltre a me, la troverò al di là di quella porta.

10 giorni e poi ancora

Written by:Aryaqua
Published on May 5th, 2015 @ 00:40:57 , using 1456 words, 156 views
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E' solo che non volevo. Non volevo che smettesse. Ma ho dovuto lasciarlo accadere.
E adesso non mi ricordo più di te, di quel che ho sognato, di quel che ho sperato. I papaveri di maggio mi sono esplosi negli occhi. Il cielo sempre grigio lascia cadere un velo di sottile pioggia che lentamente, inesorabilmente, dolorosamente, lava via dalla fronte i fuggiaschi pensieri di un amore che avrei voluto e che mai ho vissuto.
Come sempre, era solo roba mia.
Arianna da sola nel mezzo del nulla.
E mi guardo indietro, e non piango, ma rido.

Mi dice lei, che non è vuoto, ma spazio. E' SPAZIO Ary!! Ma lo spazio è bello, è buono. Il vuoto invece è freddo e fa male. Un filo di luce buca le nuvole e mi ferisce col suo tocco già troppo caldo per la mia pelle sensibile. Vorrei stare nel mio gelo, ma è maggio. E' maggio ormai. Come trasformare il vuoto in spazio?
Eppure eccolo. E' proprio lui. Quel che sento adesso non ha più niente a che vedere con quel che c'era prima.
[Perché nulla lo trattiene o lo lega a te per sempre]

Esce a fatica da quella pozza di fango denso e maleodorante. Si accascia al suolo un istante. Riprende le forze. Ma gli occhi son sempre aperti, vigili. Si alza sulle zampe, si rimette in piedi. E si scrolla vigorosamente per disperdere il più possibile di quel che le era rimasto dolorosamente appiccicato addosso.
Sono pur sempre un lupo.

Oggi è già maggio e si è aperta una porta. E' sempre stata aperta. Ma oggi l'ho vista. La vedo. E' là, a pochi passi da me. Pochi metri strisciando tra rovi e vetri e fil di ferro arrugginito, eppure avanzo. Ci sono quasi, per davvero stavolta.

E ora parliamo dei 10 giorni.
Arrivo lì, in quel luogo finto detto Outlet, il venerdì mattina. Saluto, sorrido, il primo a cui punto è in effetti il capo, e da lì conosco i due runners, ovvero i miei due fidi compagni dei successivi giorni. di delirio totale. Il giorno dell'arrivo è il giorno 0, ancora chiusi io pulisco e lavo e spolvero e tutti si rivolgono a me come se fossi l'espertona della pulizia professionale. Leggero moto d'orgoglio. Sabato si aprono i battenti. Sabato. Venticinque. Aprile. (vedrai - l'agenzia!- il giorno più duro sarà il venerdì, poi il resto della settimana ti annoierai). Quel sabato ho volato letteralmente per otto ore. il mio compito passare la pezzotta umida sugli schizzi di caffè (30 macchinette, e per ognuna schizzi a volontà), asciugare con la carta, svuotare il cassettino pieno di capsule usate, rabboccare i serbatoi d'acqua, raccattare tazzinepalettecartinedellozucchero sparse ovunque, passare velocissssima la scopa, portare in ogni postazione tazzine tovagliolini zuccherini palettine. E in tutto questo pensare. MI PIACE LAVORARE!!! Giorno 1. Al giorno 2 arrivo che le hostess stanno "subendo" il briefing dai capi. Mi metto in un angolino ad ascoltare. Il capo. "Ah, adesso che è arrivata Arianna, volevo rinnovare il ringraziamento da parte di tutti noi per l'immenso lavoro di ieri!" Fu-fu-fu 20 persone che mi fissano e io che BLUSH! arrossisco violentemente come una ragazzina di 15 anni sorpresa a guardare di nascosto il ragazzo che mi piace. Ehm... ahnnn.. mhgh... Beh... Ok. Datemi la mia pezzotta gialla. E via un altro giro di rumba. Sul terminare del giorno 2 una ragazza che se non ho capito male fungeva da vice capa in un negozio di Genova mi si avvicina a perifrastiche (ma tu non sei stanca... caspita è bello vedere persone come te, così in gamba e volonterose... ma... non ti interesserebbe un POSTO FISSO??) - lascia un tuo curriculum a tizia. I giorni poi passano, si sovrappongono. I ragazzi, le hostess, i coffee specialist sono tutti più in confidenza tra loro che con me, che galoppo come un cavallo imbizzarrito ma senza urtare mai nulla in una bottega di cristalli. Colleziono lodi. Qualcuno addirittura in momenti di molla, mentre tutti battevano la fiacca e io spolveravo una ad una le foglioline dei due enormi ficus all'ingresso, mi ha preso scrollandomi: "Ary basta! Che cazzo pulisci che non c'è niente da pulire??? Ti inventi il lavoroooo?" - se ce n'è bisogno in effetti sì. Ogni mattina arrivo: "ARIANNA!! Finalmente sei arrivata! Grazie!" - i ragazzi. Il capo: "Ti stavano aspettando da ore!". Penultimo giorno: "Arianna io per te scrivo una lettera di raccomandazioni". Ultimo giorno, altro capo (son tutti capi di qualcosa lì dentro!!) mi ringrazia pubblicamente e riferendosi a me e ai due runners ci descrive come supereroi. Dovevo staccare alle 20.30. Ma di fatto ho salutato, stanca e sporca e felice, a mezzanotte e 20.
Tutto il giorno, ora per ora, a scrivere il count down su faceboox. Per esorcizzare il dolore. Per scampare alla disperazione del sentirmi di nuovo inutile, pur se ricoperta di lodi per 10 giorni. Schifosamente disoccupata. Senza scampo, senza uscita. Bloccata. E quel culo di cui parlavo? Dov'è? Non piango perché non posso.
Ieri notte litigo (per cambiare). Non dormo, o dormo male, malissimo. Stamattina mi attardo nei campi. Fotografo papaveri. Sento le farfalle che mi muoiono nella pancia. Le vedo morire, e non posso fare niente per questo. Chissà come sarà quel che cerco. Chissà se esisterà mai. Per questo ora faccio fatica a lasciarle morire, ho fatto fatica. E come prima, più di prima, ora sì, ora ho davvero il terrore puro, che possa capitare di nuovo. Di innamorarmi. Di nuovo. E come prima, come sempre, lo so che succederà, che non potrò farci niente. Se non altro spero che accada con qualcuno che faccia un po' meno schifo degli ultimi disastri. Alla fine però lo so, la scelta è sempre e solo mia. E devo imparare ad ascoltarmi di più, dato che so prevedere le catastrofi con precisione millimetrica, ma per un qualche motivo masochistico (ANCORA???) mi ci butto lo stesso, per vedermi poi sempre allo stesso punto in cui contemplo dall'alto le rovine dei miei castelli in aria mentre una me stessa irritata e scocciata mi dice. "Te l'avevo detto... Lo sapevi. E' inutile dire che speravi in qualcosa di diverso. Perché lo sapevi già, lo sapevi da sempre, che sarebbe andata così". Quanto mi secca avere sempre ragione. Sono Cassandra anche per me stessa. Una antropologa nata.
Cassandra oggi ha bevuto un buon caffè in compagnia. No niente di strano, con quelli strani ci prendo la focaccia (...). Un paio di parole per capire se ci sono prospettive di lavoro per me come tombin rider. Più avanti dovrebbero... Sei stata nominata... Sì che bello. Sempre in nomination. Se vado avanti così vinco l'isola dei famosi. Ma io sono stanca di aspettare ed elemosinare. Voglio vivere. E lavorare.
E non arrivare sempre seconda sul lavoro e seconda in amore. Il 2 non esiste. Sono stufa di essere lo scarto di qualcuno. VAFFANCULO!!
A dirla tutta sono anche un po' stufa di sentirmi dire "Non ti innamorare di me". Salvo rimanere col sospetto che la frase non sia rivolta a me... (perché hanno tutti paura di innamorarsi? Di innamorarsi di me?? Perché a volte sembra che sia una cosa che riesco a fare soltanto io, che il resto dell'umanità ne sia immune?)
In casa l'aria è solida. Tutto è rallentato. E oggi pomeriggio scoppia l'ennesimo delirio. Potente. Una briciola di me esce fuori. Non dico niente, o forse sì, qualcosa. Penso alla mia amica che mi dice Ary, fatti forza, è il dolore di un momento, poi sarai libera. Libera. Libera. E diglielo, cazzo, diglielo, sarà meglio per tutti! Ary liberati, ti prego, apri le ali, lo sai che lo puoi fare! Energia in moto. Si muove. Squilla il telefono sul finire della discussione, rispondo, buongiorno... Arianna ci hai inviato il tuo curriculum qualche giorno fa (ma chi? Chi sei? cosa vuoi? che cosa proponi? basta prese in giro, ti prego, sono stanca...) scusa che hai detto? giovedì in autogrill? Se posso sentire il mio ex capo... sì certo, sono ancora in contatto con i miei ex colleghi, non penso ci siano problemi, posso chiedergli se può chiamare e farmi da referente... posso... posso...ma davvero? Aspetta, ma non l'ho detto che nei miei 10 giorni di delirio non ho fatto altro che pensare alla mia estate in autogrill, e pensavo che adoravo quel lavoro duro e divertente, adoravo fare le notti da sola, adoravo tutto, e in questi 10 giorni appena trascorsi ho indossato i miei pantaloni da barista per l'occasione, quelli che avevo in autogrill, mai più messi dal 2011. E non ho portato il curriculum come avrei dovuto, alla capa, l'ultimo giorno, non so perché. Ora lo so. Lo saprò giovedì.
Hai più culo che anima Ary. E l'hai vista, un pochino, la mia anima?
Sì, la porta è aperta. Le ali pure.
Sta a te adesso.
Strappati di dosso la pelle morta del passato e vai dove devi!

Terra (terra)

Written by:Aryaqua
Published on April 23rd, 2015 @ 00:58:40 , using 1896 words, 510 views
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Un po' più terra terra, giusto per capire a che punto siamo. Ecco, parlo di me al plurale, sto messa proprio bene... Vabbè, sorvoliamo.
Dicevamo, son sempre qua. Giovedì scorso ero intenta a spremere arance in una scuola di Castelceriolo (la mia preferita, dove le maestre mi adorano, i bambini mi fanno la standing ovation e la bidella mi regala ovetti di cioccolato) quando mi squilla il cellulare. La notte precedente avevo inviato uno dei miei tanti CV per un lavoretto breve ma intenso, annuncio trovato per caso su un sito di tutt'altro. Ecco, pareva fosse mio. Nulla di trascendentale, ma 10 giorni filati di pulizie per una cifra piuttosto interessante, e la cosa buffa era che io avrei dovuto finire le spremute il 23 aprile e iniziare dall'altra parte il 24. Fico. Felice della perfezione della mia esistenza ho svolazzato un po', leggera. Momento 2: panico. Questi dieci giorni comprenderebbero due festività e due fine settimana. E il coinquilino dà per scontato che io presenzi per aiutarlo. Ed io ho paura. PAURA della sua reazione. (No no e no. Non si può vivere nella paura. Per cazzate di questo calibro tra l'altro). Temporeggio. Un po' troppo. Fatto sta che da giovedì arriva lunedì e comunque ancora quella non si è fatta viva per spedirmi il contratto via mail. E siccome ormai lo so come vanno queste cose, scrivo io, già odorando la tragedia. Ah sì scusa ma sai, l'azienda ci ha informati che vuole provvedere da sé con una ditta di pulizie esterna, quindi sentiti libera di accettare altro, eventualmente ti aggiorno. Sì ecco grazie. Grazie al ca22o.
Mi telefona quella delle spremute: sai la scuola del 23? Ecco, vanno in gita quindi non c'è da fare. *Che nella fattispecie significa quei 30 euro in meno. Così. Beh grazie. Ho avuto qualche momento di sconforto. E un paio di serate di solitudine assoluta (il post di ieri notte l'ho scritto al cellulare mentre passeggiavo con Dharma lungo la ferrovia)

[Papaveri che mi esplodono negli occhi. E mi feriscono di macchie rosse tra il verde e il blu]

Mi son sentita sola. In mezzo all'oceano. Sono davvero nel mezzo del nulla ed ho perso i remi. Eppure lo so che è così, la solitudine è la mia conditio sine qua non. Quanto dista da qui la terraferma?
Ma torniamo al suolo, dai. La poesia poi, semmai.
Le scarpe sì, le scarpe no. Penso mi sia rimasta qualche spina di castagno nel piede, perché ogni tanto sento delle fitte. Le spine sono piccole esplosioni. A volte mi sorprendo a tenere su le infradito. Le scarpe chiuse le ho abbandonate ormai da settimane, salvo momenti particolari tipo "fare spremute". Qualcosa mi tiene zombie e mi fa tenere le scarpe. O mangiare pane, pane, pane. Che c'entra? C'entra che la consapevolezza e i miei sensi ipersviluppati e l'empatia, lo stare sveglia o il provarci, passano attraverso l'epidermide e non da ultimo attraverso l'intestino. Letteralmente. Da tempo mi ripeto che ho bisogno di fare un digiuno. Ma serio. Intendo dire, totale, di almeno quattro giorni, ma sarebbe preferibile una settimana. Trovo stupido fare quella vegana che però mangia male o peggio e poi, dopo essersi ingolfata di pane e marmellata o pizza e patatine, se ne esce e va a vomitare lungo i fossi. Sì che sono persuasa del fatto che ne giovino le formiche, ma ci sono altri modi direi.
Comunque sia, a volte riesco, a levarmi veramente le scarpe.
Provo a dipingerci. Una stradina di campagna dissestata, una ragazza dall'età indefinita con i capelli lunghi (lunghissimi ormai) scompigliati dal vento, lo sguardo alto rivolto al sole, un paio di vecchi pantaloncini lisi tirati su fino a farli diventare short, uno straccetto di canottiera e legato in vita un microscopico marsupio colorato con le chiavi, il telefono per fare foto e il guinzaglio, attaccate penzolanti sul fianco sinistro le infradito. In mano o sulla spalla un vecchio telo logoro che solitamente sta nella cuccia di Dharma. Nel fosso scendo e mi bagno i piedi. Resto a mollo per un po', poi metto gli occhiali in tasca e mi bagno le gambe, le braccia, la faccia, il collo. Mi piace l'odore della mia pelle bagnata di acqua di fosso dopo che magari ho passato un paio d'ore nella radura. Nella radura ormai ci arriviamo solo noi e le nutrie, al limite qualche simpatico uccellino di passaggio. Come vi metto piede le rane iniziano a cantare. giuro. Nel senso, arrivo nel silenzio e appena entro nella radura loro gracidano in coro. Stendo il telo nell'erba ormai alta, lì dove resta piegata a forza di posizionarmi sempre lì, e abbandono tutti i vestiti. Restiamo lì per ore, io al sole, lei in ombra, a guardare le foglie che crescono, ad ascoltare il vento. Da circa tre giorni ai cori si sono aggiunti i rospi smeraldini. Non li ho ancora visti, ma riconosco il loro canto, molto più melodioso rispetto al simpatico gracidare delle rane. Il pomeriggio si esaurisce con me che respiro il vento sulla pelle. Non c'è nessuna voglia di tornare. Sono già lì, dove devo tornare. Il resto è ridotto ormai ad un andare indietro verso qualcosa che mi dà sofferenza e basta.
Cerco di stare su di morale, di stare nel sole. Di praticare atti di gentilezza e amore senza senso. Tipo arrivare al cimitero, riempire a ripetizione bottiglie d'acqua e portarla a tutte le piantine sofferenti o morenti che trovo. E su circa dodicimila tombe diciamo che ne trovo parecchie. Perché? Perché non sopporto di veder soffrire le piante, anche se non sono mie. E in un qualche modo credo sia una forma di rispetto per chi a quella piantina ci sta sotto. Non guardo mai di chi è. Le do da bere e spero che si riprenda. [Perché i fiori sono belli, le piante sono belle, non voglio che soffrano, nascon fiori dove cammina].
L'amore ci torna indietro? Sotto forme strane e diverse direi. Patisco tanto. La cosa che fa più male, ma l'ho già detto, è l'assenza. Privarmi della presenza di qualcuno a cui tengo per me è una tortura infinita e non c'è distrazione che tenga. Sarà così sempre, lo è di più adesso che mi sento sola, lo è ancora di più durante i sabato sera in cui devo bere per diventare un po' stupida, e non pensare, o pensare meno, pensare ad altro. Intanto io do da bere ai fiori al cimitero. E a volte, raramente, ma oggi è successo, tratto persino bene i bambini.
Mi chiama quella delle spremute. Ti ho aggiunto una scuola mercoledì, così ti do altri 30 euro. Ah... Grazie. Ed oggi, mercoledì, mentre facevo le spremute ho ricevuto un'altra telefonata. Ciao Arianna, per caso sei ancora disponibile? Abbiamo parlato col cliente, se mi confermi il lavoro è tuo.
mi gira in testa una frase un po' scema che qui si dice spesso, "Hai più culo che anima". Non l'ho mai apprezzata troppo, sicuramente perché ho qualche complesso riguardante l'abbondanza innata del mio retrotreno, ma poi analizzandola bene... Più culo. Che anima. Sì ma... cioè, hai presenta la MIA anima? Se solo un po' inizio a crederci potrei anche vivere di rendita da adesso in avanti. Ho concluso con i contatori e dopo un'ora firmavo il contratto per le spremute. Oggi ho finito le spremute, domani mi concedo libera uscita, e venerdì attacco i dieci giorni di pulizie. Per non sbagliare un paio di giorni fa al Brico ho comprato uno scalpellino. Di quelli perfetti per scardinare tombini.
Legge di attrazione? Curvatura della realtà? Potere spirituale? Autosuggestione? Beh, se davvero sono io quella pazza e tutto si riduce alla casualità... La mia vita è un insieme di meravigliosi casi che si incastrano tra loro alla perfezione.
Giorni fa mi sono iscritta un po' per diletto, un po' per curiosità, ad una pagina faceboox sull'Asperger. Ne sapevo ben poco, a dirla tutta ne so poco anche adesso. Ho visto che c'erano i test online e mi son detta: perché no? Facciamolo! Ecco. Quando l'ho compilato così ad minchiam mi è risultato 143. Con più calma e seriamente invece è uscito 154. Su 200. Dove la normalità è da 90 in giù e 200 è autismo. Cosa ha comportato questo? Per il momento quasi nulla, nel senso che non voglio cadere nella trappola di etichettarmi se prima non ho un parere professionale a riguardo. Più che altro perché mi conosco bene, sarei quella che dice eeeehhh io lo farei, ma sono Asperger... Ho riletto attentamente i risultati parziali, sono divisi per aree. In alcuni ambiti risulto essere assolutamente normale o al limite poco fuori dalla media. Ma ce ne sono alcune che invece mi danno 100% Aspie. Tipo. Sensibilità. Essere infastidita dai neon, dal rumore delle ciabatte trascinate sul pavimento, dai rumori troppo forti. Avere un udito fuori dal comune. Provare fastidio nel sentire le etichette dei vestiti. E anche: trovarmi in imbarazzo in situazioni giudicate normali (saluti/commiati, quando c'è da fare il giro di strette di mano e bacini sulla guancia io divento verde e mi irrigidisco come se andassi alla forca), di contro trovare invece difficile capire perché la gente si affanna tanto per cose che io reputo assolutamente insignificanti. Coltivare assiduamente le mie caratteristiche peculiari, provare piacere perverso nel sapermi diversa (cit. Caparezza). Memorizzare con precisione impressionante e maniacale i dettagli delle cose che mi interessano, per trascurare tutto ciò che invece per me è scarsamente rilevante. Fare fatica a stare attenta a cose che mi annoiano e rimanere completamente assorta in quelle che destano la mia curiosità, mi esplodesse una granata a mezzo metro non me ne accorgerei.
Se davvero fossi Asperger troverei quantomeno una spiegazione ad un sacco di cose. Anche se, mi rendo conto, sempre Arianna rimango. Se trovassi qualche psicologo per un consulto senza impegno mi piacerebbe approfondire.
Ok ho detto tutto? Mah. Ah, manca la poesia. La poesia è in ogni dove e permea ogni anfratto della mia povera mente martoriata.
Pensavo, giorni fa, che il grande dramma dell'esistenza è l'irrealizzazione. Cosa vuoi fare da grande? Perché non l'hai fatto? Perché non lo stai facendo? Dove ho sbagliato? Perché ho fatto tanta fatica per ritrovarmi qui, così, fallita sotto tutti i punti di vista?
E poi però mi dico. Ma cosa? Chi ha deciso che noi si deve per forza "diventare"? Non  è sufficiente essere ciò che siamo già, e semplicemente migliorare ed evolvere quotidianamente? Devo avere una laurea per sentirmi chiamare dottoressa? A che servirebbe? Devo avere un lavoro ben retribuito per guadagnare molti soldi? Per comprare cosa? Devo fare dei figli per avere uno scopo? Ma... è uno scopo avere figli??? NO! No cazzo, no! Io tolgo le scarpe e vado nel fango! E la notte guardo il cielo, la falce di luna, le stelle e Giove luminoso e basso all'orizzonte con i satelliti galileiani, e mi dico che sul totale dell'universo non ha nessuna importanza un pezzo di carta o una gravidanza o un conto corrente pingue. Quel che devo fare io è altro. E l'origine di tutti i miei problemi è che da sempre mi ostino a considerarmi diversa dagli esseri umani standard, ma continuo a cercare di infilarmi nei loro vestiti. Quando il mio unico vero, profondo desiderio di ogni giorno è quello di raggiungere la mia radura ai bordi di un lago ormai pozza di fango, nascosta da una piccola frondosa quercia, tra l'erba alta, e strapparmi di dosso tutto e restare così, nuda e felice, nel sole.

Richiami

Written by:Aryaqua
Published on April 21st, 2015 @ 23:17:47 , using 251 words, 255 views
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Lo sento ancora. Mi sta chiamando dalla falce di luna appesa nell' oscurità. Ne sento l odore. Le piccole luminose guardiane della notte stanno per risvegliarsi ed io non sono pronta, io sono ancora troppo lontana da dove dovrei essere. Come farò a vederle da qui, da queste accecanti luci artificiali? Come potrò mai, da qui, trovare loro che segnano la via di casa?
Io sono morta. Non posso più nulla perché sono morta.
Ma io non voglio. Essere. Morta.

 

(Le cose più belle le ho scritte con la penna, facendomi male alle mani, bagnando la carta con le lacrime e con il sangue del cuore che tengo sempre in mano mentre scrivo. Le cose più belle le ho sentite attraverso la pelle. Le cose più belle le sento ancora che riecheggiano dal passato e che mi chiamano verso il domani)


Il cambiamento avviene anche passo passo, una briciola per volta, impercettibile mutazione nel quotidiano come goccia che consuma la pietra, così mi muovo io, ticchettio sommesso e paziente di cui non si scorge l intento né il disegno. Ma io non sono questo. Sono sí ninfa che cammina leggera senza piegare neppure gli steli d erba mentre cammina, presenza che entra in specchi d'acqua immota senza increspare la superficie, lo sono, ma in me celo maremoto e uragano, tifoni che spazzano le coste, fulmini che si abbattono al suolo. Io contemplo la silenziosa perfezione dei moti celesti. Ma io sono improvvisa e catastrofica supernova.
E allora adesso accenditi, esplodi,  illumina.
Illumina.
Illumina.

 

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