Primavera

Written by:Aryaqua
Published on March 3rd, 2015 @ 11:00:51 , using 505 words, 16 views
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Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.


Sì, sto migliorando. Alla fine del secondo ciclo, 5 anni fa, ero praticamente in stato di coma vegetativo. Ad oggi, situazione paurosamente analoga, sto sdraiata scalza nel sole e nel fango a sussurrare all'erba di crescere e ai fiori di sbocciare. Sposto le nuvole e la nebbia, inondo il mondo di luce. La vita è un telo grigio dove lancio con violenza secchiate di colore. E' un macello. Mi sporco. Mi sporco di colori. Ed ho sempre le zampe sporche di sangue scuro, che scivola via assieme al veleno. Il mondo è un luogo troppo meraviglioso per rimanere invischiati in una pozzanghera di pece. E' stupido morire così. 
Sto seduta poco più in qua della linea dell'orizzonte. Ed è il tramonto. 
Ieri notte un orso mi ha detto solo: RANE. Come ma... adesso? Lì da te? Sì. E' arrivata. Lo sapevo. Lo sentivo. Tutti lo sanno ed io danzo nel sole.
Lo sapevo anch'io, da almeno 4 giorni ormai, ma poco fa ho aperto la porta per uscire e mi ha investito in pieno con la sua luce abbagliante. Lasciandomi intontita e stupita sulla soglia, col buio alle spalle, col freddo dietro di me e Dharma, la mia parte candida e pelosa di anima, che mi tira avanti, nei campi e nel fango. 
Tanto ti ho cercato. Ho pianto, ho aspettato, ho avuto freddo, ne ho ancora. Ho avuto paura. Ma poi tu, tu mi hai trovata. Sei arrivata all'improvviso e mi hai paralizzata un istante lì nel mio angolo freddo e muffito, a guardarti mentre raccoglievi e strappavi brandelli della mia anima a pezzi, raccoglievi sassi e schegge di vetro di sogni infranti, li mescolavi al fango, ai fili d'erba, a due boccioli ancora chiusi, raccoglievi e strappavi e polverizzavi senza pietà. Per poi spargere tutto attorno a me. Strana polvere cangiante dal sapore metallico e ferruginoso del sangue, spargi e mi risveglio, spargi ed esco dalla tana, e non è il sole, sono io che illumino, che estrapolo i petali dai boccioli, che richiamo i germani e le gazze che fanno il nido, che faccio cantare le rane.
Null'altro conta adesso, se non una giacca d'improvviso divenuta troppo pesante e calda, sporca di zampate fangose, stivali troppo chiusi, coperti di terra, Un'Arianna troppo vestita di abiti di cenere che si scrolla di dosso ad ogni passo, sorridendo al primo alito di vento che mi lascia così, viva e vera, nel sole, e nella primavera.

Non posso aspettare, davvero, non posso più. Dicono che "se sotto il cielo c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi". Ma io non posso, non devo stare qui. L'unica che aspetto è lei, lei che c'è sempre. Lei che non tradisce, lei che arriva. Devo spostarmi, devo andare. Quel qualcosa di speciale magari passerà mentre me ne sono appena andata, mentre sono un metro più in là, non lo so. L'ho detto. Se è speciale, se lo è davvero, mi troverà. Come la primavera.

1 marzo

Written by:Aryaqua
Published on March 1st, 2015 @ 19:24:17 , using 1057 words, 197 views
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Ho visto la gazza posarsi proprio in cima al grande pino, il primo della fila all'ingresso del cimitero. Aveva un rametto nel becco. Sta facendo il nido.

E' una cosa così semplice... Prendi il tuo rametto Arianna, cercati il pino più bello e più alto, costruisciti il tuo nido. E' ora. Lo sai.

“It's not true that you fall in love only once in your life. But it is true that you only fall in love a certain way, with a certain absoluteness, once.” —David Gilmour

Uffff lo so. Lo so. Lasciatemi contemplare ancora per un po' il mio bel castello di carte miseramente sfatto sul pavimento. Ne avevo bisogno, davvero. Non di questo triste gelo dopo. Ma di tutto quel che c'è stato prima. Ma... esisterà davvero?
Giorni fa al telefono questa domanda: "Ma c'è mai stato qualcuno che ti abbia davvero stupita, che abbia fatto quel qualcosa di speciale, di straordinario, per te?"
Mumble mumble. Ci ho pensato un po', seduta a gambe incrociate al centro del lettone, piegandomi in avanti fino a toccare il letto con la testa, appallottolandomi e rollando. Mumble mumble. SI'!! C'è stato. Uno sei stato tu, che mi hai portato in luoghi talmente belli che li ripenso come irreali, mi hai lasciata lì e sei stato a guardarmi mentre timorosamente ritrovavo qualcosa di me stessa, quando ne ho avuto davvero bisogno. E poi è successo un'altra volta. Di qualcuno che ha fatto millemila chilometri solo per venire a conoscermi. E guarda caso, con nessuno ho avuto una storia, o un'avventura che dir si voglia. E io penso che invece cose folli, gesti assurdi, ne ho fatti, ne faccio e ne farò altri. Perché quando mi innamoro mi basta un attimo per distruggere tutto ciò che ho attorno per spiccare il volo verso il luogo dove voglio andare. E, puntualmente, mi schianto. SBAM!
Sì ma è perché io sono io. A 'sto giro mi sono ancora ancora tenuta, perché comunque ci sono state un paio di occasioni in cui mi sono dovuta inchiodare alla sedia per non fiondarmi in macchina e fare chilometri su chilometri ai mille all'ora solo per capitargli lì sotto casa e dirgli "ciao". Anzi, "chhngh-o", che le vocali scarseggiano, anche adesso. 
A stare a guardare si potrebbe anche scambiare per stalking... invece no, è Ary in love, patetica. Ma stupefacente. Nel senso che mi piace stupire e sorprendere, del resto... cosa non si farebbe, per amore? E mi piacerebbe che qualcuno un giorno facesse qualcosa così, per me. Ma ormai mi sono convinta che questo non accadrà mai, perché io sono io, e il resto del mondo appartiene ad un'altra specie evidentemente.
Ed è qui che sbaglio. Perché finché cercherò tra gli umani mi troverò sempre nello stesso loop di cui parlo da giorni. Perché se esiste, da qualche parte, qualcuno di speciale, dovrà dimostrarlo sorprendendomi così, come io vorrei sorprendere la persona che amo. Se esiste qualcuno che riesce a sentire come sento io sarà normale che agisca anche come agisco io. Basta con l'accontentarsi, Arianna. Cos'è che ti ha dato? Qualche goccia di miele in punta di lingua? Come i fiori recisi. Bellissimi, come vedere una bella ragazza morta. Cambiare l'acqua ogni tanto, per ravvivare, per prolungare l'agonia, ma inevitabilmente si arriva allo sfiorire dell'anima. Alla marcescenza. 

Il mondo è un posto grigio, triste, a volte orribile. Se non lo sai guardare. Citazione facebookhiana di ieri notte: "E' la gente che fa tristi i luoghi" - Italo Svevo.
Mia postilla: "Per questo in luoghi tristi e spenti io, sola, riesco ancora a trovare del bello. Del buono. Ad estrapolare luce e felicità. Il luogo che vivo io è felice, quale esso sia".
Usciamo nel grigio, io e Monkia, Monkia e me, e facciamo uscire il sole. Cioè che prima non c'era, poi c'è. Un raggio, un minuto, una vampata di calore improvviso, e noi siamo lì a coglierlo. 
Scrivo male, me ne rendo conto. Eppure quando sono fuori nei campi le idee ed i pensieri fluiscono liberi, penso in continuazione, penso quasi esclusivamente cose belle, perché per me vivere è bello, e quando sono là io vivo. Poi arrivo qua. E' un angolo buio della cucina, dove ho il PC. L'unico angolo di cose mie, libri, fogli, vestiti buttati a casaccio, foto dei miei cani, gatti, lupi, cianfrusaglie, lo specchio di un animo disordinato e impolverato, dove compaiono le prime tracce di muffa. Da qui i pensieri fanno fatica, più fatica, a fluire. Mi si bloccano nelle dita e non escono, o escono in parte, si fissa il ricordo del pensiero che ho cercato di vivere intensamente nel momento in cui è nato, che ero là fuori. Non è solo il buio e l'angolo. E' tutto questo in cui sono immersa, che non va bene. Credo di non poterne uscire perché ci sto dentro. Quando mi allontano da qui il mondo riprende a respirare. Per questo da domani cercherò di fare qualche lavoretto (mistery client) e qualche viaggetto qua e là, perché se resto qui ferma anche per una sola settimana so che potrei morire. L'imperativo adesso è: circondarmi di cose e persone che mi facciano stare bene. E via! Seguito a smaronare i miei buoni amici.
Ora sembra che stia per arrivare un temporale. Di certo c'è che sta arrivando la primavera.
Ed ho bisogno di coraggio. Di tanto, tanto coraggio e forza per fare quel che devo. Sano egoismo. 

La vita che mi circonda è malata e mi dà goccine di miele sulla lingua per mantenermi in vita, agonizzante, mi tiene qui nel nulla e mi fa promesse mendaci.
La vita di Arianna invece è là fuori, persa nel vento gelido che scompiglia i capelli (quanti capelli!) come lunghi fili d'erba secca in finir d'inverno, è nello sforzo inimmaginabile dei boccioli sui cespugli, che premono per sbocciare, per esistere, per fiorire. Premo anch'io per uscire, per esistere, per fiorire. Il sole tiepido mi chiama fuori. Mi cinge i fianchi, mi abbraccia, mi scalda, mi accarezza il viso, mi asciuga le lacrime e le ferite, mi fa bastare da me. Il fango, l'erba, i rovi e i non ti scordar di me. Un cane che è il candido e peloso prolungamento della mia anima. 
Sì la mia anima è a pezzi, a brandelli. Ma è così che la spargo tutto attorno e illumino. Illumino. Illumino.

A volte basto io

Written by:Aryaqua
Published on February 28th, 2015 @ 00:03:42 , using 1822 words, 62 views
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E quando finì di versare l'ultima lacrima, così, con occhi pesti e brucianti, rialzò lo sguardo sull'immenso giardino che da quel deserto in cui era immersa fino a poco prima aveva lei stessa fatto fiorire. E lì capì che non era stato invano. Niente finisce nel nulla.


Via del Campo c'è una bambina / con le labbra color rugiada /gli occhi grigi come la strada / nascon fiori dove cammina

Ma non ti vergogni neanche un po' ad essere così felice?

Sono io quella bambina. E' sempre una storia di sangue e morte. E di continua rinascita. 
E' sempre una storia d'amore. E' l'unico modo in cui esisto. E' la forza incommensurabile che mi fa trovare la meraviglia ovunque, anche qui. Anche così.

Oggi ho cercato di sopravvivere al freddo di una mattina spietata. Quanto veleno ancora da smaltire... Eh sembra, ma fa male. Fa davvero male. Ho chiesto aiuto ai miei personali salvagenti. Ho chiesto loro scusa per il tormento che do. Ma davvero, non voglio affondare, non oggi, non così. Eppure lo sapevo. Che oggi sarebbe stato il mio ultimo giorno da letturista.
Quest'ultima settimana è stata orribile. O forse meravigliosa. Ho parcheggiato in una piccola via, un paio di giorni fa. Mi sono girata a guardare il marciapiede opposto. Le macchine parcheggiate. Le insegne. Il tizio dentro l'ufficio che dà sulla strada. E un ricordo proprio lì, nel mezzo delle persone che passano. Mi fermo con lo sguardo perso nel vuoto, come i gatti. Forse i gatti nel vuoto fissano i ricordi. Ricordi belli e vividi. I punti tirano e dolgono, ma sorrido, dopo un sospiro a buttar fuori un po' di gelo velenoso. 
[Tieni solo il bello Ary. Tieni il bello. Tienilo con te]
Cosa c'era di bello in un lavoro "stupido" come il mio? Che ti svegli al mattino e già ti prendi male se non c'è il sole (quasi mai). Che rischi ogni momento lo stiramento sotto un tir, fai millemila chilometri, ti senti mandare affanculo dagli utonti, ti sembra sempre di dare fastidio. Coccoli tutti i gatti che immancabilmente ti vengono attorno. Prendi bacini da tutti i cani con cui fai amicizia. Giorni fa una bambina, mentre stavo per andare via salutando e ringraziando dopo la lettura, senza proferir parola è venuta da me e mi ha abbracciata. Non era piccolissima, avrà avuto almeno 6 anni, e non aveva "problemi". La madre, per togliersi dall'imbarazzo, ha detto "Ma... cosa fai??? Non è la zia!! Ti sei confusa???" e lei: "Lo so che non è la zia". Era una bambina-cane. Ti vedo ti odoro mi piaci ti abbraccio (ti scodinzolo - ti do un bacino). Per convenzione le ho dato una leggera strizzatina. Per convenzione ho fatto finta di essere umana. Ieri un bambino in braccio alla nonna mi ha detto "Mamma". Noooooh non è la mamma! No. Non lo è. Ti pare, con questo cuore che va in frantumi, che lo possa essere, io? 
Che la vita stia cercando di dirmi qualcosa? Dice un sacco di cose. Ma davvero tante. Adesso ci arrivo.
Faccio il mio giro, oggi. Non c'è il sole. Non c'era neanche ieri. Il mattino fa male. Oggi fa più male. Per tanti motivi. 
Sai cos'è... Non pesa il dolore, non così tanto. Non pesano le ferite. Pesa l'incertezza. Il limbo. Quello, per me, è insopportabile. La sensazione pesante e orribile che la mia vita sia nelle mani dei pensieri di qualcun'altro, La consapevolezza di non poter fare niente per controllare ciò. Stai per uccidermi o per salvarmi? Stai per rendermi felice o per precipitarmi nell'abisso? Stai per dirmi che mi rinnovi il contratto, mi rinnovi la speranza di salvarmi da questa palude velenosa in cui sto sprofondando, oppure tagli la fune e mi fai affondare?
Ed è sempre una questione di lame affilate. Di Sangue. Di liquami velenosi.
Oggi sono arrivata a casa presto. Mentre spegnevo l'autoradio ho preso in mano lo smartphone aziendale. Avevo il silenzioso, ma stava squillando. Neanche sapevo come si rispondeva. Era il capo. Eh purtroppo... Eh sai. Eh... Eh. Te lo dico chiaramente. Non lo so se ci sarò più avanti. Ah ma noi felicissimi se trovi qualcosa di meglio... No, non hai capito. Non so se sarò ancora qui. Qui in questa parte del mondo, della realtà. Non so dove sarò. So dove non voglio più essere, perché di fatto non sono più. Quel che resta qui non è più nulla di me. Qui c'è solo un involucro che vegeta pervaso dal desiderio impellente di scappare lontano. Ma torniamo lì, in quell'abitacolo, in quella macchina, la mia. Con me che mi sento dire le parole che aspettavo di sentire. Uguale uguale a me, una settimana fa, che aspettavo che in una finestrella aperta di una stupida chat comparissero le parole che sapevo sarebbero comparse. Sempre con quel senso orribile di nausea, di tragica ineluttabilità. Sei tu che hai nelle tue mani il mio futuro prossimo mentre io tengo in mano solo il mio cuore e tutto ciò che resta di me, mentre tu mi stai per dire che no, sono stata scartata, di nuovo. Cioè non per colpa mia o d'altri, solo perché è così. Ary sei la persona più sfigata che io conosca. O forse no.
Entro in casa. Saluto Dharma. Mi sdraio su di lei. Le dico che sono felice di lei, la abbraccio, le chiedo un po' di tempo. Mi siedo alla mia postazione PC e ripesco una email di pochi giorni fa. Ci penso tre minuti netti, non di più. E rispondo. Dopo qualche secondo squilla il telefono. Ho di nuovo un lavoro.
Fruttarianna is back!!
Sì non si può pretendere un impiego alla NASA, ma le spremute le so fare, sì. Stavolta però non saranno due-tre scuole a settimana. Ho tutte le mattine impegnate da qui ad aprile. Ed aprile sarà uguale. Ogni giorno in posti diversi, arance, mele, carote! Forse è il secondo lavoro più assurdo e divertente dopo la letturista. Al solito. Il non lavoro. 
(Cosa fai Ary? Cosa fai? Aspetti? Scappi? Cerchi un segno? Insegui un sogno? E qual è?)
No adesso non è prendere tempo. Sono due mesi di lavoro, ben pagati per giunta.
Ho preso lo smartphone. Ho tolto tutto quel che avevo scaricato di personale. Spero. Ho mandato un sms, posso passare a portartelo... ADESSO? Arrivo. 
Stiamo lì sul cancello, come al solito. Dopo un po' lei passa al di qua, che le pare di parlare da una prigione. Sorrido. No non parliamo solo di lavoro. O forse sì. Fatto sta che a un certo punto una lacrima mi fa capolino in un angolo degli occhi, e lei mi prende per un braccio e mi dà una strizzata. Così. Un abbraccio, gratis, per me. E chiamami quando vuoi. Siamo amiche ormai. Mi scrivi "Metti su il caffè che arrivo!" Ah... non bevo più caffè. Mi ha fatto troppo male. Ti faccio un tè. Andata. Hey. Per essere un mondo che fa schifo devo dire che me la cavo fin troppo bene con l'amicizia. Mi dice dai. Adesso vai a farti una bella passeggiata, a prendere un po' di aria buona. E stasera vatti a mangiare una pizza. E con chi? Con Arianna.
Una pizza con Arianna. E perché no, Ary? Perché no.

Ci si può sentire più soli di così? No. Credo di sperimentare quotidianamente la solitudine più estrema. Quella vera. Quella che però non mi fa più paura, né male. Quella che accetto e conosco. Quella da cui mi tolgo quando voglio. Non è giusto riempire il vuoto con chiunque. Io il mio vuoto lo voglio. E non voglio chiunque accanto. Beh adesso non sarebbe comunque giusto. Adesso è il momento di Arianna. Lo facciamo quel qualcosa per spezzare questo loop orrendo in cui ricadi ciclicamente? Storia lunga che va via via morendo (o defunta da un pezzo), passa il primo tizio (solitamente psicopatico) nei paraggi e io me lo raccatto a mo' di scialuppa di salvataggio, ma travestendomelo prima da Titanic. Che poi lo si sa come va a finire. Sono alla fine del terzo ciclo esattamente identico. Uno ogni 5 anni. Ora. Io non dico una vita normale. Ma quella presa di coscienza che mi faccia crescere. La consapevolezza che ho passato i 30 anni, che non posso ogni volta spezzarmi le corna contro i muri e cambiare moroso cambiare casa cambiare lavoro cambiare regione cambiare prigione. Devo proprio cambiare io. Tutto.

Ho preso Dharma e ci siamo immerse nel nostro congeniale nulla. Abbiamo fatto uscire il sole. Ed è da ieri che la sento, che arriva. C'è già in realtà. Ma da ieri di più, ironia della sorte, proprio ora che sarebbe stato bello... ah no, ma quello era sabato scorso. Domani chissà come sarà il mio sabato. Lo odio il sabato.

Anche di lunedì sera è sempre sabato sera / quando non si lavora è sempre sabato / vedrai che poi ritorna presto un altro lunedì

Lorenzo, mi stai uccidendo in questi giorni

Io e Dharma nel nulla, lontane dal rumore. Sento che arriva, sento che c'è. Sento che la mia felicità non è in qualcosa o qualcuno. Non devo nemmeno pensare. Vedo una ragazza che cammina verso il sole, un sole spietato e sempre più caldo, in faccia, sulle mani che reggono un paio di dozzinali scarpe infangate, sui piedi nudi che calcano l'asfalto gelido, e poi il fango, e poi le sterpaglie secche dell'inverno. Il prato. Hey Monchia vieni!! La chiamo e lei felice viene da me, con me. Ci buttiamo per terra, nel prato, sole e scalze, a guardare il sole, un'altra lacrima nell'angolino degli occhi, sono felice. Fa male, ma sono felice. Come faccio? Non lo so. Lo sento e basta.  Mi rotolo un po' e sento l'odore dell'erba. Mi metto a sedere e guardo nel sole, respiro. Sussurro a Dharma, Sussurro a me stessa. Sussurro parole umane sperando che qualcuno le senta, in un modo o nell'altro, in un mondo o nell'altro. 
Senti... La senti? Senti... E' l'erba che cresce nel sole. La sento. La sento. La sento.
Mi guardo i piedi nudi, infangati e felici. Affondati in un tappeto di timidi non ti scordar di me azzurri. 

Sono troppo romantica per pretendere di non ferirmi mai, di non soffrire mai, o di ferirmi e soffrire di meno. Fa sempre più male, perché poi farà sempre più bene. Mi sto avvicinando? Lo spero. Sta arrivando. Scusatemi se ci metto tanto, e se mi perdo in un bicchier d'acqua.
Fa male, sta maledetta primavera che arriva. Ok scialuppe, mi sono espressa male. L'uragano in arrivo sono io. Non affonderò nel fango oggi. Che sciocchezze, io amo il fango! 
Ci sono cose talmente belle in questa vita che non ha poi troppa importanza il dettaglio che non ci sia un senso. A volte me ne dimentico. A volte è buio e freddo. A volte basta un raggio di sole, un filo d'erba in bocca, un guizzo felice di Dharma.  
A volte basto io. 

Okawango

Written by:Aryaqua
Published on February 25th, 2015 @ 23:52:14 , using 469 words, 61 views
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Il veleno fluisce via dai tasti. 

È più forte di me.  DEVO scrivere. Di cosa? Di quanto fa male il primo sole del mattino, quando si  svela da dietro quella nuvola bassa sull'orizzonte. Di quanto scalda a mezzogiorno, quando le ombre della notte vanno scemando. E poi tutto è più semplice. Anche affrontare i ricordi. È il mattino che mi fa male.
Non riesco a tirarmi su dal letto. Eppure ci sto male. Ma là fuori... no! C'è la realtà. 

Sono un po' come wolverine. Con lo scheletro rivestito di adamantio. Nessuna ferita è abbastanza profonda, nessun veleno è abbastanza potente da uccidermi. Ma il dolore, ah, il dolore lo sento sempre. Tutto.

Quando sorrido sento che mi si strappano i punti che ho in faccia e nell'anima. Ma sorrido ugualmente. Privare me stessa di una me stessa felice non sarebbe giusto.
Ogni volta morire. Ogni volta rinascere. Rinasco cucciolo di gnu. Nemmeno il tempo di asciugarmi via il liquido amniotico che devo già drizzarmi sulle zampette lunghe e traballanti per correre dietro alla mamma e alla mandria, senza respiro, senza tregua, attraversando sterminate savane riarse e polverose, senza sapere cosa c'è davanti. Eppure saperlo. Là davanti c'è il delta dell' Okawango. Non lo vedo e non lo sento, non ne percepisco l'odore, perché è lontano. Ma è là. Lo so. Non so come, ma lo so. Mi chiama. Non so neanche cos'è, eppure è reale. E' il posto dove io posso essere io. E' il posto dove ho le ali, dove ho coraggio, dove guardo la vita dritta negli occhi, dove sono scalza sempre e forte sempre. 

Non mi riconosco perché il posto dove sto non ha niente di me, e non mi trovo più. Ma adesso non riparto da zero, o da -10.000 come mi succede di solito dopo queste botte. No, riparto da +1. Ho trattenuto qualcosa. Mi si è spezzato (ancora) il cuore, ma non l'ho rimesso in criogenia. Quel che dicevo l'altro ieri, sento un vuoto dentro, ma non è un posto freddo, è spazio caldo. Cioè insomma, riesco ancora ad innamorarmi. Ad avere il batticuore. A piangere. A sentire. Tutto il resto non ha una rilevanza fondamentale. Anzi, a dirla tutta la cosa è estremamente egoistica. 

A volte, al mattino, il dolore ed il male sedimentati durante la notte mi fanno vedere nero. Il sole scioglie via il veleno. Mi perdo per ore nel tramonto con Dharma, aspettiamo la notte nei campi. Io devo trovare quel luogo da chiamare casa. Un posto dove addormentarmi serena e svegliarmi felice. Lo è stato Campo Ligure. Lo è stato Genova. Lo è stato Dublino. Prima di ogni altra cosa, è il luogo. Devo andare là dove sono. Devo andarci presto. Drizzarmi sulle zampette lunghe e traballanti. 

[Mettiti addosso il sorriso più bello che hai e vai a vivere!]

 

 

No scusa ma... eh?

Written by:Aryaqua
Published on February 23rd, 2015 @ 22:42:21 , using 1081 words, 58 views
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Oggi sul dizionario della psicanalisi alla voce "Disturbo bipolare" come definizione c'è scritto Arianna.

Stamattina due passi ohhh c'è il sole! Che bella giornat... Tre scalini e giù lacrimeeeehhh 
Belin Ary che schifo che fai.
Tra dormire in macchina, mangiare in macchina, limonare in macchina, lavorare in macchina, manca solo che riesca a brevettare il modo per pisciare in macchina che ho risolto tutti i miei problemi sia di eccessiva assunzione di caffeina per relativo sfruttamento cesso che quelli abitativi.Tipo che però ogni 2-3 giorni devo ricordarmi di togliere le bucce di banana dal tappetino passeggero. Figuracce. 
Passeggeriiiiiiii ON BOARD!!
No beh basta poesie. Per un po', Sì che mi piace lo splatter e Stefano Re, ma a tutto c'è un limite. Mi ricucio lo sguaro sulla panza e mi ricaccio indietro le varie viscere sparse. Sparse a caso. Cioè le ho proprio rimesse dentro a caso, magari ho pure perso qualche pezzo in giro... ma chi se ne frega. Anzi meglio, così peso meno.
Cioè non so che cazzo di droga mi son presa stamattina, ci ha messo un po' a fare effetto, ma ne voglio ancora. Stasera sono un incrocio tra P!nk e Lady Gaga (ma vegan pure lei). Cioè grido salto mi strappo le vesti mi appendo ai lampadari mi capotto sui divani e mi dipingo la faccia, il tutto con moti convulsi. E ricordiamo: con 5 ore di sonno alle spalle e 4 arance e un caffè d'orzo piccolo nelle ultime 50 ore. La morte ti fa bella!
Faccio cose assurde e per lo più inutili. Ma... Cioè. Trovami un senso alla vita. No dai, trovamelo. Ecco. E allora tanto vale. Quando mi sono accorta che nelle foto venivo sempre da schifo ho iniziato a fare la faccia da pirla. Così non mi sbaglio mai. Quando mi sono accorta (ma da teeempo) che la vita non ha granché senso ho iniziato a fare cose insensate. Assurde. Quantomeno stravaganti. Non c'è niente di speciale nell'essere normale. Ma a me la normalità mi scansa.
Ary ore 7am: Ti prego normalità! Prendimi! Possiedimi!
Normalità: HHHHH Cazzo è già sveglia! Via!
Anche per oggi l'ho persaaaa! Ma domani andrà meglio. Sì sì lo so. Ma la puttana si mette sempre la sveglia un minuto prima! 
Ma chittevole? Chi? Gira al largo và. Che a me piace così. Ti direi "Vakkagare baciami il c*lo!" e lo direi ad un sacco di gente, ma mi rendo conto che ultimamente questa cosa suona più come un invito a pranzo che non come un insulto. 
Bambiniiiii basta fare casino. Che poi Arianna si arrabbia. 

Dunque buonasera gentili lettori. Vi chiediamo scusa per gli inconvenienti tennici. Vi informiamo che le trasmissioni riprenderanno il prima possibile, ma nel frattempo lasciatemi ancora un minutino qui appesa all'antenna sul tetto. Che qui prendo. C'è campo. Scossoni schiaffoni e pedate nel culo, tutto questo per voi e per ripristinare la connessione. Vi informiamo anche che che il programma Riarsi dalla Catarsi è temporaneamente sospeso causa morte cerebrale della conduttrice. Da questo momento in poi su questa rete ci esprimeremo solo a consonanti. s nn v st bn ndt pr cgr! ch st n bn cmpgn. LL

                    -Titoli di coda-
Executive Producer: Arianna
Addetti agli schiaffoni:  Ahi. AHI! Basta dai! Un minuto di tregua che AHI! Ok. AHIAA!!
Pubblico pagato per applaudirmi e sostenermi: Le amiche dislocate tra Livorno, Zena e Savonese
Dietro le quinte: Number One Fan (in lista lettori, non in quell'altra)
Alla conduzione: Arianna Capocomico. 
Sul palco, in ordine sparso: Comparsate, attorucoli, pagliacci, comici che non fanno ridere, comici che fanno ridere, il candidato al Golden Gol Billy Ballo. 
E lei, la primadonna. Egoista Egocentrica Ergonomica, unica inimitabile, the one and the onlyyyyy... it's ME! Benvenuta nel tuo nuovo programma.
Si intitola "Vomitare veleno fa bene alla salute"

Camminavo a cazzo oggi per le vie del centro città (piccola città, dolce città) e mi sono sentita una voragine nello stomaco. Proprio un buco. Da quale cazzo di sfintere se ne sia fuoriuscito non lo so, non me ne sono neanche accorta, tutto il veleno se n'era andato via. E il buco nella pancia non è un buco. E' spazio. Tanto spazio. E c'è calore (lo sento!). 
Il mondo non fa schifo. La vita, non fa schifo. E... no. Neanche le persone fanno schifo. A volte si comportano da schifo, e non sempre con dolo. Io non faccio eccezione. Eh già. Sono una persona anch'io. Con le ali, con le zanne, con gli occhi gialli all'occorrenza (ma qualche decimo in più, cazzo, no eh?), ma pur sempre umana. E non posso proseguire al momento perché sarebbe prematuro, e perché i miei superspecialissimi amici che mi leggono e si prendono cura di me lo so che me li ritroverei in branco sotto casa pronti a riprendermi a schiaffoni, se vado avanti a scrivere certe cose. Che poi l'ho detto no? Stop alla poesia e allo splatter per un po'. Sono brava a scrivere, anche se spesso resta un mero esercizio personale, visto che (cito i miei best friend stamattina): Quando il saggio indica la luna l'imbecille guarda il dito" e "Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire". Ma io credo che la verità stia nel mezzo. Un imbecille sordo insomma. Terza amica tira in ballo che magari è solo immaturo. Ok. Quando avrà raggiunto la pubertà sentimentale ne riparleremo.
Scialuppa non porta pena. Ma questa è un'altra storia, troppo profonda e poetica per trovare spazio qui, nella giornata dello sballo totale. Mi dispiace se vi ho fatti arrabbiare e preoccupare.
OH CAPITAN MY CAPITAN!!
Ary... Ritorni a bordo, CAZZO!

Cioè che dire... E' passata. MA COOOME?? Non lo so, così, camminando. Forse ho inciampato e ho battuto la testa e sono ridiventata la scema di prima. Un po' più scema di prima. 
Forse perché comunque mi sta meglio il sorriso in faccia, che non le lacrime (che pur fanno tanto bene, ogni tanto). Forse perché non ho davvero più tempo per essere triste e stare male. Tanti anni. Tanti, tanti anni di star male. No basta. Non sono irrispettosa. Ma grazie, ho già pagato. Anzi, pago ogni giorno un dazio ingiusto. Ma anche di questo, al momento, ce ne fottiamo, perché è la serata di Arianna! 

E comunque sì. Se ci sei, là fuori, da qualche parte, io ti troverò.
A costo di provarli tutti.

(e fu così che dai 2,4 miliardi di maschi adulti e su piazza si levò spontanea una ola globale)

Sarebbe stato bello

Written by:Aryaqua
Published on February 22nd, 2015 @ 10:26:43 , using 1770 words, 89 views
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Sarebbe stato bello iniziare un sabato con le coccole. 

Con la comprensione e con tanti abbracci sinceri. E invece schiaffoni. Come sempre.
E' sempre sabato / Vorrei che ritornasse presto un altro lunedì
Sarebbe stato bello che qualcuno fosse venuto a darmi una pacca sulla spalla. A dirmi che non è niente. A dirmi che è colpa degli altri. Di qualcun'altro. Del governo, del periodo, del babao, della mamma che non mi ha voluto abbastanza bene, della vita che è ingiusta anche se tu, anche se io, sono tanto taaanto buona.  E invece no. Perché lo so che tutto questo è colpa mia. E di nessun altro. 
Un animale ferito a morte. In una pozza di sangue scuro. E non riesco, non riesco a morire. 
Chi è quella bambina allo specchio? Chi è la creatura alata dall'altra parte dello specchio? 
Ho un rassegnato sorriso storto da psicopatica mentre con mani gelide chiudo di nuovo la porta della gabbia. Me la richiudo in faccia. Mi richiudo dentro a far finta di morire per non morirne mai.
Non ho bisogno d'amore. Ho bisogno di scuse. Ho bisogno di giustificare me stessa. Ho bisogno di farmi schifo, perché in questo riconosco la mia malata normalità. 
Vorrei che la smettesse di squarciarmi la pancia, quella lama affilata. Vorrei smetterla di annaspare nel mio sangue denso e scuro. Ma la mano che regge il coltello è la mia. 
Aspetta un po' Ary... Aspetta un altro po'. Del resto tra poco è primavera, no? Dai dormi. E aspetta. Che ti risveglierai e avrai di nuovo vent'anni. Che ti risveglierai e sarà tutto come l'hai sempre voluto. Che infondo è già così. Tutto quel che ho, che sono e che vivo è quel che ho voluto e scelto per me. 

Questo è stato il mio sabato mattina. No perché il pomeriggio è andato peggio. Molto peggio, John.

Alcune lettere si scrivono sulla carta. Con la penna. Col cuore in mano, o con quel che ne resta. Si scrivono e non si scannerizzano, perché deve restarne una copia sola al mondo, e non deve più appartenere a me se non in un ricordo che va via via sbiadendo. Alcune si scrivono così. Altre invece si scrivono qui, sulla pubblica piazza. Che non servono comunque a molto, ma è il mio modo di urlare, che questo conosco. Che non vale nemmeno la pena consumare della carta. Che non vale la pena, nemmeno stavolta. 
No non sei tu che "riesci ancora a farti capire". Sono io che ho il radar. Che lo sapevo già. Che l'ho sempre saputo. Ma sai... c'è una cosa. Nonostante la mia misantropia conservo sempre un barlume di speranza. Spero sempre che le persone siano buone. Cerco il buono, cerco il bello. Cerco e spero, spero cercando, cerco sperando di trovare qualcosa di buono, qualcosa che sia anche per me. E alla fine la colpa è sempre mia, perché non mi sono mai valorizzata veramente, perché intimamente credo di non meritarmi di meglio di questo. Perché spero, ancora, di essermi sbagliata nel mio sentire, anche se so che non sbaglio mai. Il mio istinto non sbaglia mai, anche se vorrebbe.
Sì lo so che sento questo, lo sento distintamente, lo so per certo, ma se invece sbagliassi? Se invece cambiasse? E... no. Non sbaglio e non cambia. Mi lascio illudere e prendere in giro. Nemmeno io cambio mai. Solo il dolore aumenta col passare degli anni. Aumenta la mia collezione di persone a cui ho voluto donare una parte di cuore ed anima, quel che ne restava, l'ultimo frammento ancora integro, regalato così, senza pensarci troppo. Guardami! Sono qui. Scusa se mi sono innamorata di te. Scusa se non dormo perché mi riempi i pensieri. Grazie per aver riportato un po' di calore nella mia vita gelida. Grazie per avermi fatto vibrare l'anima che credevo morta per sempre. Grazie di esistere. E... no, non chiedo niente in cambio, se non che tu accetti le mie scuse perché davvero, ho dovuto dirtele (scrivertele) queste cose. Ah no aspetta, in realtà ho scritto tutto, tranne che sono innamorata di te. Quello non l'ho scritto su carta. PErché fa paura scriverlo, leggerlo, ammetterlo. Ma da tutto il resto si capiva. Si sarebbe dovuto capire. Era così difficile da capire? Ah scusa, è vero. Sì il punto è sempre lo stesso. Infondo sono io che ho scritto a me stessa. Un atto di puro egoismo. Arianna, perché tenere dentro questa cosa così potente e bellissima, che lo sai che ti fa soffrire, che lo sai che se la tieni lì finirà per logorarsi e marcire, intaccando quel che resta di un'anima a brandelli? Allora scusa per questo mio moto d'egoismo. Tutto questo lo regalo a te. E' sincero. E' puro. E' tutto quello che ho. Sono io, niente di più, niente di meno. E' il mio tempo che passo con te. Sono i miei pensieri che spendo per te. E' tutto ciò che resta di una creatura troppo a lungo tenuta in gabbia e al freddo, ignorata o picchiata, a cui hanno usato violenza, a cui hanno sputato e pisciato addosso. Non voglio, non volevo niente. Solo che mi leggessi, che leggessi me tra le righe e l'inchiostro, che tenessi lì quelle parole che non so pronunciare ma che per fortuna so ancora scrivere, pur con mano incerta e timorosa. Volevo solo restare qui a guardarti come ho sempre fatto, dal mio metro di distanza di sicurezza, stupidamente felice se per sbaglio capitava distrattamente di sfiorarci le dita, passandoci qualcosa. Volevo guardarti e ogni volta aggiornare l'elenco delle cose che abbiamo in comune, delle cose particolari che abbiamo in comune, quelle stupide cose che da sole erano sufficienti a tener viva e accesa una fiammella di speranza che forse sì, forse qualcosa di speciale c'è qui. Forse finalmente potrò essere io, per qualcuno, qualcosa di speciale. Forse potrò prenderti per mano e portarti dove esisto io. E' un posto bello, davvero. E' un posto dove in molti passano distrattamente ma in cui nessuno si ferma. Ti ci avrei portato. Ti avrei fatto respirare quel che io respiro. Mi avresti sentita cantare, mi avresti vista danzare scalza, avresti visto il lupo che sono realmente. E avresti anche capito che no, non sono stupide metafore. Perché io esisto realmente su quel piano. Quella che c'è al di qua è un'ombra o poco più. Un' ombra che però cova ancora speranza, assieme a frammenti d'anima e cuore infranti troppe volte. 
Mi dico che "non capisco", e me la sto ancora raccontando. Non capisco come possa una persona vedersi offrire ciò che resta della mia anima e pulircisi il culo. Ah scusa, tanto per chiarire. Sì lo sapevo già, ma come ho scritto sopra, speravo. SPERAVO. O forse in quella lettera non me lo ricordo bene, ma da qualche parte ho aggiunto "faccio pompini gratis" o magari "scopami pure che tanto qui non c'è più niente da rompere"? Del resto mi hanno stuprata talmente tante volte che ormai non so neanche più che significato abbia l'espressione "fare l'amore". Certo che se volevo scopare mi sarebbe bastato fare a-bi-bo nella rubrica. No. Pensavo a qualcosa di diverso. SPERAVO in qualcosa di diverso, nonostante quel sentore, quell'insegna al neon lampeggiante nel cervello. Che si accendeva facendomi soffrire e si spegneva ogni volta che eri tu a cercarmi. Che te ne ho date tante occasioni per essere il primo a cercarmi. Per parlarmi. E l'hai fatto. E ci ho visto del buono, del bene. Ci ho visto la speranza. Chissà che magari stavolta non si tratti davvero di un abbraccio sincero. Chissà che stavolta non ci sia qualcosa che va un po' più in là degli ormoni impazziti, del mio cervello spanato e impanato, della mia stupida e assurda voglia di trovare e inventare qualcosa di speciale e unico in qualcuno che di speciale e unico non ha niente. Solo faccio sempre fatica a capire. Stringo tra le mani un coltello e ti chiedo di stringere le tue mani attorno alle mie. Ti guardo negli occhi e ti imploro di aiutarmi, perché sono debole, perché sono stanca, perché davvero, non ce la faccio più. Puoi aiutarmi a tagliare queste corde che mi legano. E invece no. Mi pugnali alla pancia. Anche se infondo sono sempre e solo io che pugnalo me stessa, lasciandomi in quella pozza di sangue denso e scuro a boccheggiare, mentre ti guardo da qui, da sotto in su, mentre te ne vai senza voltarti, senza avermi mai vista veramente, senza avere mai veramente capito nemmeno un briciolo di quel che ho cercato di dirti, che avevo per te. 
Almeno ti sei divertito? 
Io mica tanto. Anche se lo sapevo. Anche se per l'ennesima volta ho voluto sperare e ignorare me stessa e le rare persone che sanno vedermi, capirmi e vedere oltre me, e che da un bel po' mi dicevano che avrei dovuto mandartici già da tempo. Ma no, non ti ci manderò. Primo perché non sono sicura che lo capiresti, come non sono sicura che tu capisca una sola parola di quello che ho scritto qui sopra.  Perché purtroppo ho scoperto a mie spese che esistono al mondo persone che non provano nulla, imitano semplicemente i sentimenti. Quindi per loro è impossibile comprendere quelli degli altri, per quanto veri, puri e potenti questi possano essere. Secondo perché no, io non sono così. Sono umana, o non lo sono, so che io sento, provo e vivo qualcosa di vero, puro e potente, e anche se l'ho inventato da me, anche se l'ho estrapolato dal nulla, anche se al nulla porta, non mi va comunque di sprecarlo ed esaurirlo in un vaffanculo. Perché me lo devo. 
Mi dispiace, Arianna, che ti sia buttata via di nuovo così. Del resto non avevi bisogno di un'ulteriore riprova che gli esseri umani fanno schifo. Non avevi bisogno di averne un altro a cui pensare, con cui pugnalarti, che non potrai dimenticare perché, fottuta memoria autistica, io non dimentico mai niente. Nemmeno i dettagli più stupidi. Terrò quel che di buono ho sentito, e ne ho sentito. Magari non lo userò più per coccolarmici la sera, o per scaldarmi quando ho freddo, che lo so che poi mi lascerebbe ancora più gelo dentro. Lo terrò qui tra gli altri, che non sono stati poi così tanti, ma sono stati tutti importanti, dolorosi e bellissimi. "Ricordi di Arianna". A ricordarmi che so ancora piangere, so ancora morire, so ancora amare. Anche se non so, non ho ancora capito, a cosa mai servirà tutto questo dolore. 
Prenditelo pure da solo il caffè, o con qualcun'altra. Io non ne bevo più. 

Colori

Written by:Aryaqua
Published on February 17th, 2015 @ 22:16:58 , using 450 words, 85 views
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No, non piangere.

Non piango nemmeno io. Non piango più, non per certe cose. E poi credo sia normale avere qualche momento di pausa, sia pur di sconforto o depressione, di "ritorno all'antico", al mio passato di triste certezza. Mi ci riposo un po' e poi via, nella neve. Fa male solo perché sono stata un po' in pausa. Stand by. Con la lucina rossa sempre accesa però.
La neve è fredda sotto ai piedi scalzi. Sotto la neve il fango gelido scivola. La neve ed il fango sono gelidi, scivolosi, e mi bruciano. Ed io brucio dentro. Io brucio di più. Io brucio sempre.
Approfitto del carnevale per cambiarmi spesso d'abito. Letturista, fioraia, power ranger, geisha, angelo, oni, guerriera, crisalide, vita, morte, vita. Sempre per lo stesso motivo. Cambio persino odore. 
Il cambiamento è la chiave del mio esistere. Tanta vita persa a cercare un equilibrio, senza capire che non è l'equilibrio la mia risposta. 
A volte mi sembra di aver trovato la strada, e un attimo dopo mi ritrovo in luoghi sconosciuti e deserti, dove sento che non dovrei essere. Colleziono cose che non mi servono per raggiungere obiettivi di qualcun'altro. Do retta a indicazioni che mi fanno sbagliare direzione. Compro scarpe. Abbasso il volume della vita. Mi chiudo in un angolino a piangermi addosso perché mi sono fatta la bua. Finché, per sbaglio, passo davanti ad uno specchio. Oh-oh Ary... Ma davvero? E' il resto del mondo che dovrà nascondersi in un angolino a piangere, il giorno in cui ti alzerai in piedi.
Ho voglia di ridere. Di ridere dentro. Di spandere luce e calore. Di affondare i denti nella vita come li affondo in un mango maturo, e imbrattarmi la faccia e le mani, ed esserne felice, e sentire il sole mentre mastico, sentirlo in bocca e nella pancia, e poi riderlo fuori, addosso al grigio, e schizzare questo schifo di mondo fino a farlo diventare un'accozzaglia di colori caldi e cangianti, fino a renderlo simile a me. Qualcosa di indefinito, colorato, caldo, e in continuo divenire.
Credo che la vita abbia un buon sapore. Sa di mango. Sa di sole. A volte sa di caffè, di pizza e di coccole. Prende sapori strani e diversi, divertenti. 
Faccio mucchietti di soldi per la casa. Che comprerò, che affitterò, dove non so, quando non so. Ma anche no. E se comprassi un biglietto d'aereo? Chissà quante strade devo ancora sbagliare prima di capire la risposta. Chissà quanti angolini bui dovrò spolverare prima di alzarmi in piedi.
A volte mi chiedo cosa sto aspettando. Altre invece sento che davvero, non sto aspettando. Sono già andata. E in qualche modo anche il resto di me sta cercando di raggiungermi.

Sogno ancora

Written by:Aryaqua
Published on February 16th, 2015 @ 00:08:35 , using 662 words, 50 views
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Stamattina non è già più mattina.

Ho dormito male, dormito agitata, dormito per finta. Incazzata, delusa, affranta. Ho aperto gli occhi in mezzo alla notte. Me ne sono accorta perché ho sentito che il coinquilino era ancora a letto, accanto a me. A 10 centimetri. Quei centimetri di molti chilometri, da tempo ormai. Il mio pensiero è corso al dolore e alla rabbia. Ed io gli ho detto: no. Sei tu, Ary, che decidi quanto farla durare. E stavolta non deve durare niente. Nemmeno un minuto di prezioso sonno notturno. Ho chiuso gli occhi. Ed ho dormito. Ho sognato che ero in un'aula caffè di un'università. Cercavo un posto per attaccare un annuncio per recuperare degli appunti di un corso. Mi mancavano tre esami alla laurea. Mi sentivo un po' fuori posto, io, vecchia, in mezzo ai ventenni. Ma ero lì, e stavo per laurearmi.

Sogno ancora.
E ballo. Da sola. Quando nessuno mi vede, quando nessuno mi guarda, quando nessuno mi capisce. Quando me ne stracatafotto del fatto che nessuno mi veda, mi guardi, mi capisca. 
Everything that kills me makes me feel alive. Ogni volta che qualcosa mi uccide rinasco più forte. Più forte. Più forte. Sento il veleno che scivola via, bailando. 
Y va liviano... mi corazon gitano...
Oggi non riesco a ridere ma ballo e salto e corro e mi muovo scalza, in cucina, in salotto, sulla neve nei campi. Mi vesto con la tutina rossa attillata e grido "RED RANGER!!". La cana si avvicina preoccupata quando vede che salto su per il mobile penisola in cucina, o che mi muovo convulsamente con le cuffiette, mentre Lorenzo mi grida nelle orecchie "Sabato sabato... è sempre sabato... anche di lunedì sera è sempre sabato sera...". Scarico immagini di lupi ringhianti e le provo sulla mia copertina di Faceboox. 
Non ho voglia di essere triste. Me lo devo. Non ho voglia di perdere tempo dietro alle domande assurde che mi provocano persone che non capisco e che non vogliono farsi capire. 
Cioè... io sono io. Ma mi hai vista? Io non devo pregare. Io non devo abbassarmi. Io non devo impolverarmi. Io non devo dare potere a chi non lo merita. Il potere è mio. La forza è mia. 

A bordo di un'astronave senza pilota / Che punta verso galassie a cercare vita

Cambio ogni giorno. Sono felice, seria, disperata, folle, affamata, apatica, arida, innamorata. Cambio colore, cambio livello di energia, cambio forma. Dispiego le ali, poi me le strappo. Mi stacco la zampa a morsi. Mi copro di stracci e fango, mi vesto desigual dalla testa ai piedi. Sono logorroica o completamente muta. Guardo per terra o ti trafiggo l'anima con gli occhi. Sto ferma come in letargo, e poi mi alzo d'improvviso e corro via. Salto, da un piano all'altro della realtà. In realtà diverse. Provo, cerco, inseguo. In ogni piano del multiverso. Con ogni forma mi venga in mente, con ogni vestito, con ogni manto, con la pelle o strappandomela con le unghie, cerco nei fossi e nei tombini, in mezzo ai rospi e alle salamandre, tra le blatte e i topi, nei bar e nei pub, nelle librerie, negli androni dei palazzi, nelle cantine, negli appartamenti signorili e in quelli fatiscenti, nelle città e nelle campagne, in mezzo alla gente, in mezzo al nulla e alla nebbia, nel sole, nel vento, nella neve, di notte, al tramonto, sui treni. In montagna, sul bagnasciuga. Nelle grotte da cui si vedono le stelle. Sotto la pioggia fredda dell'inverno. Ti cerco da anni. Ti cerco da sempre. Ed io un giorno, se ci sei, ti troverò. Se esisti, sotto questo cielo o fosse anche sotto ad un altro, ci incroceremo, un giorno. Che tu sia umano, o animale, o alieno, maschio o femmina o altro, che tu abbia le ali o gli artigli, che strisci o che corra, non mi importa, ti voglio trovare e riconoscere, e voglio che tu trovi me, e che mi riconosca.
Voglio, davvero, che tu esista.

Stropicciata

Written by:Aryaqua
Published on February 14th, 2015 @ 16:54:24 , using 1306 words, 39 views
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Una di quelle giornate che apri la porta ed entri in soggiorno del luogo in cui dimori, togli distrattamente il lacero cappotto e gli stivali fradici, ti si avvicina scodinzolando esageratamente la tua cangnolona mezza assonnata (ma felice, felice! che sei tornata) e tu semplicemente le dici ciao, ti abbassi fin da lei per stringerla e strapazzarla un po', e lì ti accasci, ti accartocci, e scoppi in singhiozzi come a voler tossire fuori quel che resta di quella logora, fradicia, stropicciata anima che ancora rimane.

Ho l'anima a brandelli. E fa male, fa male, fa male. Quindi sono viva, ancora. Oggi fa solo un po' più male, del solito.
Vorrei scrivere camminando, perché da seduta mi è molto più difficile buttar fuori. Seduta e rinchiusa tra delle mura senza senso. Senza senso come la mia esistenza. Inutile. 
Vado sempre in posti dove non devo andare, mi perdo dove non dovrei perdermi, perché perdo davvero, e perdo molto. Sono stanca dei vampiri. Troppi succhiatori di energie e luce. E nei giorni bui come oggi mi sento debole, e affranta. E sola, ma non abbastanza, non come vorrei.
Ho fatto due settimane a Genova. E ne ho fatte di tutti i colori, anche se non le ho scritte né dette. Ho visto persone di nascosto, altre alla luce del sole. E sono sempre stata bene, perché davvero, laggiù è rimasto un po' di odore di casa, quel retrogusto che ogni tanto fa bene assaggiare. Ho sfranto i maroni a due/tre ottime amiche, ricoprendole letteralmente di parole. Senza lasciare loro spazio (che magari avevano qualcosa da raccontarmi anche loro, no? e dire che mi dico che sono una brava ascoltatrice... mah). E tutte mi dicono la stessa cosa. Che so già. 
Ho trascorso il fine settimana a Bologna, dalla mia amica Maria. Maria è casa. Mi sento veramente a casa circa due giorni l'anno, o poco meno, quindi. E anche lei mi ha detto la stessa cosa.
Tutti mi dicono la stessa cosa.
Ma il capo mi dice: "Ti prolunghiamo il contratto fino a fine febbraio, per vedere se nel frattempo si sblocca qualcosa... Comunque te lo dico schiettamente, non ci sarebbe bisogno. Lo facciamo per te, per darti ancora un paio di settimane di lavoro". Cosa devo rispondere? Grazie. Ok, grazie.

A bordo di un'astronave senza pilota / Che punta verso galassie dove c'è vita

(ma è troppo sabato qui)

Certo che devo sempre farmi male. E perché poi? E dire che ormai dovrei averlo capito, che sono viva, anche se non sento dolore. Ma tutto si allontana, si spegne in lontananza. Altre cose senza senso, mucchietti di cenere ai lati della strada. Boulevard of broken dreams. Mucchietti di pelo e sangue raggrumato, io che cerco di liberarmi dalle catene di fil di ferro. Eppure lo so che i lupi pur di liberarsi dalle tagliole si mordono fino a staccarsi la zampa imprigionata. Meglio morire dissanguata, o incapace di procurarmi di che vivere a causa di una grave mutilazione, che restare in agonia con la zampa nella tagliola. 
Shhhhh Ary... shhhh... Dormi... Cos'è che sogni? Non è vero che non sogni più niente... Sogni ancora, solo che la realtà a volte è talmente tanto grigia che al risveglio ogni presenza evanescente si nasconde in fondo agli occhi, per sfuggire al grigiore e all'umidità di una nebbia che non ti appartiene. 
Non sei nelle cinquanta sfumature di grigio. Sei nei cinquanta milioni di colori di stelle che nascono, di arcobaleni che si formano in gocce di pioggia sospinte dal vento nel sole, sei nei fili d'erba che crescono in Irlanda. Sei in qualcosa di bello, non in quello straccetto grigio e informe a liquefarsi sul pavimento, al freddo e alla nebbia. Sono qualcosa di diverso. Diverso da qui, diverso da questo, lontano. In realtà me ne sono già andata da tempo. Sono lontana. C'è solo il mio corpo qui, che vegeta in malo modo. 
C'è un baretto di via Ravecca. Sono un po' in ritardo, ci passo davanti. Vedo la barista, lei mi vede, non so se mette a fuoco. Mi fermo un paio di metri più avanti. Torno indietro. Entro. Ciao. 
SBAM! Io sola e indifesa sui binari nell'istante in cui il treno delle cinque mi prende in pieno volto, e  stomaco, e gambe, con la sua vagonata di ricordi. Barcollo un pochino. Sorseggio un ottimo caffè. Parliamo come ci si parla tra vecchie amiche. Ah ma anche tu eri a Dublino... Eh sì, sono stata stupida a tornare indietro. Per venire a stare qui. Per... amore. Eh se potessi... Eh se avessi saputo... Eh... Eh. Cosa mi trattiene qui? un mucchietto di sabbia sotto al sole in estate in spiaggia. Un bambino con la manina scava alla base, e tutto il mucchietto si scioglie su se stesso, frana e si disfa, come se non esistesse più nulla a sostenerlo. Mi ha preso un vuoto enorme e improvviso nel sentire me stessa dire questo. Che cosa, ancora, mi trattiene qui? 
Per un attimo ho aperto le ali in un moto istintivo, per mantenere l'equilibrio mentre stavo per cadere giù, dall'orlo dell'abisso. Sono già in cima alla montagna, e non me ne sono accorta. Ferma lì sul bordo. E l'abisso davanti. E l'abisso di sotto. E l'abisso a imprigionarmi, a imbruttirmi, a invecchiarmi, un capello bianco alla volta, una minuscola ruga per volta, sto morendo, mi sta uccidendo, muoio un pochino ogni giorno, un pochino di più. Il terreno che frana e si sgretola sotto a i piedi. E io che non lo sento perché ho le scarpe. Le tagliole. E mi lamento e piango e sono inutile in questo.
Sono come uno spaventapasseri inerme schiaffeggiato dal vento adesso. 
No non è per via di Tizio, o di Caio, o di Sempronio. Sono sfumature di dolore passeggero. Come se per un malato terminale di cancro a corto di morfina fosse di qualche importanza cavarsi una pellicina delle dita. Non è questo il dolore che mi fa soffrire. semmai è la scusa, l'incipit per poter piangere e sgravarmi da tutto quel dolore profondo e marcio che mi sta facendo incancrenire da dentro. 
Per non sbagliare oggi ho spento tutto. Internet, cellulari, Faceboox, Messenger, Skype, Whatsapp. Sono drogata. Sono morbosa. Sono sciocca. E più di tutto devo ricordarmi che sono sola, ed è sola che devo stare, ed è nella solitudine più assoluta che devo estrapolare da me stessa la felicità e la vita, non da qualcun'altro. Quel che succede ora non mi deve toccare, perché non posso, non posso davvero sprecare energie ad arrovellarmi il cervello per colpa di situazioni poco chiare. E' già imbruttente e logorante pensare di non poter vedere qualcuno alla luce del sole. Se poi tutto si tinge ulteriormente di sottintesi mal interpretati, test di resistenza e guerre di logoramento... No. Non fa per me. Non adesso. Non mai più. Non ho più voglia di rincorrere le persone. Non ho più forze. Voglio solo riposare un po' sotto la pioggia, scuotermi via di dosso la nebbia e impiegare le energie che mi restano per rincorrere i miei sogni. Di sostanza evanescente e cangiante, indefiniti e informi, ma ancora vividi nella notte, bagliori all'orizzonte come strisce di aurora boreale nel cielo artico. Non li ricordo. Non ricordo cosa sognavo, eppure fanno ancora luce da laggiù. Solo tracce nelle tenebre, sperse in lontananza, ed io sempre qui, ferma, ad aspettare un non so ché, un qualcosa che mi dia la carica finale, o una folata di vento più forte che mi spinga giù a schiantarmi. E continuo a strisciare e arrancare, pur sentendo le ali che prudono e fremono chiamate dal vuoto davanti e dentro me. 
Non lo so davvero, non lo vedo, che mostro, che demone, o che angelo sono diventata. So solo che voglio strappare tutto ciò che mi lega e buttarmi, a costo di morirne.

Che confusione...

Written by:Aryaqua
Published on February 4th, 2015 @ 23:08:14 , using 490 words, 205 views
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Non sono fatta per vivere nel dubbio e nella paura. La paura distorce la realtà, mi rende sterile, mi imbruttisce.

Oggi ho aperto gli occhi col sole. Oggi ho avuto il sole tutto il giorno. Non è successo niente di eclatante, mi sono limitata a vivere amando la vita. Guardando il ghiaccio che si scioglieva nei tiepidi raggi del mattino. Il blu totale del cielo, che mi faceva male, mi ha fatto lacrimare gli occhi. Il blu mi strattona il cuore, come lo sguardo di un capriolo uscito da un bosco immerso nel silenzio candido della neve. Oggi, letteralmente, ho traboccato di felicità e amore. Non sono riuscita dal trattenermi dall'intasare la mia bacheca Faceboox di poesie di Alda Merini e aforismi. E foto fatte da me, del ghiaccio che si scioglie. Ho respirato nelle campagne, aria fredda d'inverno.
Oggi mi sono sentita innamorata della vita. Oggi ho amato ogni cosa. Il ghiaccio, Dharma, il blu, la mela piccola e saporita, il muffin fatto a microonde, scrivere "buongiornoooo" a qualcuno a cui voglio (troppo) bene, vedere posti nuovi, fare aperitivo con un'ottima croatina, mettere il pigiama. C'è stato il sole tutto il giorno. Oggi sono stata qui ed ora. Felice come un cane. Immediata. C'è un odore di libertà nella mia mente che non avevo mai sentito prima. Guardo il mondo da sotto in su, da sopra a sotto, con la testa inclinata di lato, o anche a testa in giù. Mi capotto sui divani ballando in un modo tutto mio, cammino per le campagne e canto, ma sottovoce, per non disturbare gli animali. In macchina invece urlo come una pazza. 
Presuntuosa. Antipatica. Anche un po' maleducata. Eppure sono sempre così felice quando torno da te.
Dormi piano... C'è il sole... su Genova...
Full di vita sociale in meno di una settimana. Comincio ad andare in overdose. Prospettive futire... qualcosa. Sì, qualcosa. Sono speranzosa. Lo sono sempre.
Sai cosa mi fa paura, ma paura veramente? La gente finta.
Ci sono persone che non hanno sentimenti. Si limitano ad imitarli, e male per giunta. Gusci vuoti, esistenze inutili. Io ho la fortuna di aver trovato, negli anni, molte persone che sono ben altro dal guscio vuoto. Però ancora faccio fatica, a volte, a riconoscerle. A riconoscere le une e le altre. 
Sto facendo un mix in questo post, e anche nella vita. Nel quotidiano. Passo dall'eremitaggio alla follia collettiva più totale, dall'essere un iceberg allo sprizzare magma da tutti i pori. La felicità vacilla, nel senso che non è una costante come negli scorsi mesi, e so il perché. La gestazione di una stella è un momento di serenità e felicità crescente, tanto quanto una gravidanza. Se non ci sono problemi stai bene fino agli ultimi momenti. Poi però.. qualcosa cambia. Io sono nel cambiamento. Io sono nel dolore delle contrazioni. Non riesco a scindere felicità e tristezza, piacere e dolore. Ho tutto, sono tutto, adesso.
Sono... da riordinare, un pochino.

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